480 MACCHIE DI CRONACA DEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE
Sabato 10 febbraio 2024, serata finale del 74° Festival della canzone italiana, una manciata di minuti alla mezzanotte. All’Ariston c’è un alieno. In pochi immaginano che possa parlare; ancora meno che faccia danni. Eppure, quando il rapper Ghali, dopo essersi esibito, rivela ciò che gli ha sussurrato, stop al genocidio, all’ambasciata israeliana, increduli, vanno su tutte le furie. È sconveniente, soprattutto dinanzi a milioni di telespettatori, molti dei quali giovanissimi.
Alon Bar ha sessantasette anni. Dal 2022 è il diciassettesimo ambasciatore d’Israele in Italia. Ingoia il rospo ma non lo digerisce. Il suo post su X: «Ritengo vergognoso che il palco del Festival sia stato sfruttato per diffondere odio e provocazioni in modo superficiale e irresponsabile». La replica di Ghali, a Domenica In: «Ho sempre parlato di questi temi da quando sono bambino. Non dal 7 ottobre. Mi dispiace che abbia risposto in questo modo, c’erano tante cose da dire».
L’ambasciatore non può competere con il rapper. Ghali Amdouni, trentuno anni e origini tunisine, viene dal quartiere Baggio di Milano; colleziona dischi di platino e ha milioni di follower. Bar scrive alle 10:25 di domenica 11 febbraio. «Nella strage del 7 ottobre, tra le 1200 vittime, c’erano oltre 360 giovani, trucidati e violentati nel corso del Nova Music Festival. Il Festival di Sanremo avrebbe potuto esprimere loro solidarietà. È un peccato che questo non sia accaduto».
Israele è grande quanto Marche, Umbria e Molise messe insieme: è poco più piccola della Toscana. La Striscia di Gaza ha qualche chilometro quadrato in meno della provincia di Prato. Il 7 ottobre 2023, i miliziani di Hamas ne varcano il confine e armi in pugno, danno la caccia agli israeliani. È una mattanza, cui segue la reazione del governo di Tel Aviv e l’ennesimo capitolo del conflitto israelo-palestinese. Le macerie di Gaza coprono i cadaveri di poveri cristi e assassini.
La comunità internazionale non sa che pesci prendere. L’Europa non c’è. Gli europei, invece, sfilano per la Palestina e la fine del genocidio. Americani, russi, cinesi e turchi hanno altro per la testa. L’Avanti, quotidiano del PSI, domenica 9 gennaio 1977, pubblicò, in seconda pagina, una intervista a Bettino Craxi, di ritorno da un viaggio in Israele: «È difficile trattare con chi ti vuole deliberatamente distruggere. È difficile trattare con chi ti considera un criminale».
Craxi, da sei mesi segretario del PSI, non poteva dirla meglio. Allora, gli attori erano diversi. Da una parte, per i palestinesi, c’era l’OLP; dall’altra il governo israeliano del laburista – centrosinistra – Yitzhak Rabin. Il 7 ottobre 2023, il primo ministro di Tel Aviv è Benyamin Netanyahu, detto Bibi, espressione del principale partito di centrodestra del paese, il Likud; l’OLP, dal canto suo, è stata scalzata da Hamas, formazione di estrema destra, dal grilletto facile.
Scorrendo l’elenco dei movimenti palestinesi che, negli anni, si sono battuti per rivendicare la libertà di vivere in un territorio su cui issare la bandiera del proprio Stato, sembra di attraversare le curve degli stadi e dei palazzetti dello sport italiani. Tra Fedayn e Fossa dei Leoni, il tifo organizzato di sinistra, delle squadre di calcio e di basket, si è sempre ispirato, condividendola, alla ritenuta resistenza dei palestinesi contro i percepiti oppressori israeliani.
Se Bar inciampa sulla lingua lunga di Rich Cholino, Eitan Ron, ottavo ambasciatore di Israele a Roma, nel 1985, stando zitto e fermo, riesce ad evitare figure barbine. Ha la malasorte di imbattersi in due cavalli di razza della scuderia politica italiana, Craxi e Andreotti, mentre a Tel Aviv, dopo le elezioni del 1984, c’è un governo di unità nazionale, alla cui guida si succedono, per un biennio ciascuno, il laburista Shimon Peres e il nazionalista Yitzhak Shamir, del Likud.
Il confronto, a dir poco serrato, tra le due sponde del Mediterraneo, nasce sulle ceneri dell’operazione “Gamba di Legno”. La mattina del 1° ottobre 1985, uno stormo di caccia israeliani bombarda la sede dell’OLP di Hammam Chott: tre palazzine bianche sul litorale a sud di Tunisi. È la risposta alla uccisione di tre israeliani, due uomini e una donna, sequestrati, all’alba del 25 settembre a Cipro, nel porto turistico di Larnaca, da tre terroristi, poi arrestati dai ciprioti.
Andreotti ha poco meno di sessantasette anni: li compirà il 14 gennaio. È ministro degli Esteri del primo governo Craxi. Considera l’iniziativa israeliana una rappresaglia. Anche quel giorno scrive sul diario: «Il problema non è tanto giuridico, quanto politico e umano». Intervistato, per L’Espresso, da Guido Quaranta, confessa: «Non so come Arafat si sia salvato ma penso ai poveretti che sono rimasti vittima dell’incursione punitiva». Il mese è iniziato male e finirà peggio.
Il 29 settembre, la sua Roma, con in panchina Eriksson, è di scena al San Paolo. In vantaggio, con Tovalieri, dopo avere sfiorato il raddoppio, è raggiunta da un rigore di Maradona. Prima del calcio di inizio, c’è un minuto di silenzio, in memoria del presidente Alvaro Marchini e del giornalista Giancarlo Siani, freddato dalla camorra, il lunedì precedente. Il 29 settembre, si commemorano anche le vittime degli eccidi, nell’Appennino bolognese, intorno a Monte Sole, nel 1944.
«Questa è memoria di sangue, di fuoco, di martirio, del più vile sterminio di popolo, voluto dai nazisti di Von Kesselring, e dai loro soldati di ventura, dell’ultima servitù di Salò, per ritorcere azioni di guerra partigiana». L’esordio dell’epigrafe di Salvatore Quasimodo, posta alla base del faro monumentale sulla collina sovrastante Marzabotto, ricorda uno dei più gravi crimini di guerra perpetrati nei confronti della popolazione civile durante la Seconda guerra mondiale.
Il commento di Craxi sul raid israeliano: «Una inaccettabile e inqualificabile violazione delle norme che regolano i rapporti tra gli Stati. Il governo italiano la condanna con la massima fermezza. È un atto di aggressione, sul quale deve pesare la dura condanna del mondo civile». Il 3 ottobre, dalle 13:20 alle 14:20, Andreotti è a palazzo Montecitorio, per rispondere alle interrogazioni. I deputati chiedono conto delle dichiarazioni rilasciate e delle iniziative da assumere.
Il bombardamento israeliano, per il Pci è un’azione di guerra contro la Tunisia; per Democrazia proletaria, un atto di pirateria internazionale. I missini lo collocano in una perversa spirale di ritorsione, di cui incolpano, senza citarlo, l’OLP. Andreotti ascolta. La maggioranza di governo tiene, malgrado il broncio, dichiarato, del socialista Giorgio Gangi – membro della Comunità ebraica milanese, tesoriere del partito, vicino a Craxi – e del repubblicano Michele Cifarelli.
Il 4 ottobre, Peres – Primo ministro israeliano – scrive a Craxi: «Con dispiacere ho dovuto notare che hai deciso di reagire con commenti unilaterali. Il nostro impegno per la pace è fermo, ho fiducia che la tua opposizione al terrorismo sia altrettanto ferma». I due, socialisti, sono amici. Arrigo Levi la considera una «lite in famiglia». Si è persuaso che Craxi si sia sentito tradito dai compagni israeliani e che Peres abbia ceduto alle pressioni degli alleati nazionalisti.
Gangi non ci dorme, Cifarelli è stizzito e Peres ha un diavolo per capello. Temono gli effetti della scarsa considerazione delle ragioni israeliane. L’opinione pubblica è schierata con i palestinesi. Le teste calde non mancano. I cortei per la Palestina libera, numerosi e folti, continuano a moltiplicarsi, come le azioni dimostrative contro le istituzioni israeliane. L’aria, pessima, non lascia presagire nulla di buono. Gli ebrei avvertono l’ostilità e si sentono in pericolo.
Il terrorismo mediorientale ha già fatto danni in Italia e non sembra intenzionato a fermarsi. Il 15 febbraio 1984 entrano in scena anche le Brigate Rosse: ammazzano il direttore della Forza multinazionale di pace in Sinai, incaricata di controllare il territorio tra Egitto e Israele. Nel corso del 1985 la situazione precipita. Gli israeliani possono comunque contare sui repubblicani, i radicali e una parte, non marginale, dei socialisti milanesi vicini alla comunità ebraica.
Mercoledì pomeriggio 11 novembre 1981. A Palazzo Chigi c’è Spadolini. Emilio Colombo, ultimo dei Costituenti a passare a miglior vita, da ministro degli Esteri risponde ai senatori. Quando il Parlamento chiamava, il Governo ancora correva. Illustra i rapporti tra l’Italia e l’OLP. «Sono venuti instaurandosi attraverso opportuni contatti fin dal 1974». Il significato di “opportuno”: che viene a proposito; che è adatto alle condizioni del momento, alle necessità o al desiderio.
Nel 1973, cinque terroristi arabi progettano di abbattere, dalle parti di Fiumicino, un aereo della compagnia israeliana “EL AL”. Hanno due lanciamissili. Non gli dice bene: li arrestano, nella notte tra il 4 e il 5 settembre, su segnalazione del Mossad. Uno è a Ostia, in via Oletta, civico 33: nel suo armadio ci sono i bazooka; quattro sono a Roma, in una pensione di via Rasella. Processati, in circostanze e momenti diversi volano tutti all’estero e diventano uccel di bosco.
17 dicembre 1973, 12:51, aeroporto di Fiumicino: una banda di terroristi arabi assale un Boeing 707, della Pan American, fermo sulla pista. Il volo è diretto a Beirut e Teheran. Si contano oltre trenta vittime; sei sono italiane: tra loro c’è Monica De Angelis, nove anni. Gli attentatori fuggono con un aereo dirottato e un gruppo di ostaggi. Nel 1974, consegnati dagli egiziani all’OLP, cinque saranno processati per “operazione non autorizzata”. Di loro non si saprà più nulla.
I contatti tra le autorità italiane e palestinesi evolvono. Faruk El Kaddoumi, capo del dipartimento politico dell’OLP, incontra i tre ministri degli Esteri, tutti democristiani, che si danno il cambio alla Farnesina dal 1977 al 1982, durante due legislature – VII e VIII – e in sette governi: Arnaldo Forlani, Andreotti III, 1977; Franco Maria Malfatti, Cossiga I, 1979; e lo stesso Emilio Colombo, nel 1981 e 1982, con Forlani e Spadolini primi ministri, tutti e due esordienti.
Colombo, al Senato, riferisce che, su sua istruzione, «l’ambasciatore italiano in Libano ha di recente incontrato ufficialmente a Beirut, per la prima volta, il presidente Yasser Arafat». L’ambasciatore è Franco Lucioli Ottieri della Ciaja: ha preso il posto di Stefano D’Andrea, poco gradito all’OLP e trasferito in Danimarca dopo la gestione delle ricerche, rivelatesi vane, dei giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni, misteriosamente scomparsi in Libano nel settembre 1980.
Dal 16 al 18 marzo 1982, El Kaddoumi è in visita a Roma. Incontra Colombo e i segretari di Dc, Psi e Pci: Piccoli, Craxi e Berlinguer. La prima sera si dedica ai dirigenti della Associazione nazionale di amicizia italo araba e del Comitato italiano di amicizia e solidarietà con il popolo palestinese. Con lui c’è il rappresentante dell’OLP in Italia, Nemer Hammad, di cui scrive Nicola De Palo, in “Omicidio di Stato”, libro inchiesta sulla morte della sorella Graziella e Italo.
27 giugno 1978, martedì, la Associazione nazionale di amicizia italo araba elegge il Consiglio nazionale. La convocazione dei soci è firmata dal presidente: onorevole Virginio Rognoni, democristiano, ministro dell’Interno dal 13 giugno 1978 al 13 luglio 1983. Nel pomeriggio, il presidente del Comitato italiano di amicizia e solidarietà con il popolo palestinese, onorevole Carlo Fracanzani, altro democristiano, tiene una relazione su “Il problema palestinese in medio oriente”.
La circostanza, colta da Pecorelli, diventa scoop. Il 4 luglio, “OP” pubblica la lettera, ritenendo «improbabile» che Israele fornisca informazioni a un ministro legato, «in qualche modo», al mondo palestinese. Getta un’ombra su Rognoni, fresco di nomina al Viminale. Nel riferimento al modo e al mondo può leggersi di tutto. Malgrado la diffidenza di alcuni, l’associazione fa spesso visita al Quirinale: il 29 febbraio 1980 è ricevuta da Pertini e il 9 febbraio 1988 da Cossiga.
Il 6 giugno 1982, combattenti israeliani di terra, di mare e dell’aria danno il via all’operazione “Pace in Galilea”. Il governo del nazionalista Menachem Begin vuole mettere in sicurezza il confine nord. I militari varcano la frontiera e puntano Beirut, la capitale libanese, grande quanto Ercolano. Il Libano è lacerato dalla guerra civile e Israele ha la meglio: migliaia di famiglie palestinesi sono costrette all’evacuazione. Non c’è vera battaglia, solo morte e distruzione.
Primo Levi, giovedì 24 giugno 1982, interviene su “La Stampa”. Il 14 giugno è partito per Aushwitz. Quando rientra è lacerato. «Israele, sempre meno Terra Santa, sempre più Paese militare, va acquistando i comportamenti degli altri paesi del Medio Oriente, il loro radicalismo, la loro sfiducia nella trattativa». Non considera immotivato l’attacco. È convinto che la violenza con cui è stato condotto abbia spaventato il mondo. Riconosce la provocazione e l’ostinazione dell’OLP.
«Diffido dei successi ottenuti con l’uso spregiudicato delle armi. Provo sdegno per chi frettolosamente assimila i generali israeliani ai generali nazisti, ed insieme devo ammettere che Begin questi giudizi se li sta tirando addosso. Vedo con sconforto rarefarsi la solidarietà dei Paesi europei». La sera del 26 giugno, gli sarà consegnato il Premio Viareggio, per il romanzo “Se non ora, quando?”, con cui si aggiudica per la seconda volta, dopo “La tregua”, anche il Campiello.
Beirut è divisa in due, come la Berlino del muro e la Napoli, cantata da Federico Salvatore, di Posillipo e Toledo. Ad ovest, ci sono i palestinesi e i loro sostenitori; ad est, tutti gli altri. Entrambi i settori sono stracolmi di armi e frequentati da brutti ceffi di diversa formazione e nazionalità: ci si può imbattere, finanche, in latitanti italiani dell’estrema destra, ospitati dai cristiani maroniti e in figure di primo piano delle Brigate Rosse, vicine ai palestinesi.
Mercoledì 15 settembre 1982, ore 09:27 - aeroporto militare di Ciampino: Arafat scende dal Boeing proveniente da Tunisi, per partecipare, a palazzo Montecitorio, alla 69° Conferenza della Unione Interparlamentare. Più tardi, raggiunge il Quirinale: viene ricevuto dal Presidente della Repubblica. Il Ministero degli Esteri israeliano, immediatamente, «esprime il più profondo rammarico per l’incontro. Con questo atto si è incoraggiato il terrorismo in Medio Oriente e nel mondo».
Il giorno prima, Sandro Pertini, ha rivolto il proprio saluto ai parlamentari giunti da ogni dove. L’occasione è ghiotta. Il Presidente più amato dagli italiani, dal carattere spigoloso, non si ferma al «benvenuti, sono contento di rivedervi». Esordisce con le radici remote del Parlamentarismo contemporaneo. Supera le tre grandi rivoluzioni – inglese, americana e francese – per giungere alla polis greca e al Senato di Roma. Cita Omero e Tacito. Rivendica, auspica e ammonisce.
Pian piano: «L’idea del Parlamento è nata dall’insopprimibile bisogno dell’uomo di partecipare alle decisioni che riguardano il suo destino, nel momento in cui sorge e si amplia la convivenza e si delineano le due alternative: quella del governo di un uomo solo o dei pochi, da una parte; quella del governo dei molti, della democrazia, dall’altra. Nacque, così, la democrazia rappresentativa: l’unica forma possibile di vero regime democratico, dalla antichità ai nostri giorni».
Tira in ballo l’Odissea: «Come potremmo dimenticare l’affascinante descrizione che il poeta pone in bocca ad Ulisse quando questi parla del reggimento politico dei Ciclopi, definiti uomini brutali che “non hanno assemblee”». Omero narra di “un popolo senza legge e violento. Coloro che non hanno assemblee per consigliarsi, e ciascuno fa la legge da sé per la moglie e i figli”. E fu così che, per evitar critiche e tutelare interessi cari, nei parlamenti entrarono figli e mogli.
A Roma, nel 1957, vennero firmati i Trattati istitutivi della Comunità Europea. Pertini considera la previsione dell’Assemblea elettiva «come una pietra miliare della costruzione unitaria dell’Europa». Lo rammenta ai delegati, invitandoli a riflettere: «I popoli europei hanno sentito in misura superiore a quella dei loro governi la necessità che il Parlamento Europeo sia dotato di poteri maggiori e più penetranti, per trasformare la comunità economica in una unione politica».
Non gli piacciono le Camere vuote, ovunque siano, nazionali e internazionali, «prive di un contenuto di veri poteri». Spiega: «Le Camere dei Parlamenti, per esistere veramente debbono incidere concretamente sul processo decisionale politico, perché soltanto così la rappresentanza parlamentare diviene il mezzo espressivo della autentica partecipazione popolare alla Res Pubblica. Soltanto così il sistema rappresentativo diviene, in effetti, strumento efficace della democrazia».
Scruta l’orizzonte nebuloso. «Fra i numerosi conflitti che insanguinano in questo momento quasi ogni continente non ve n’è alcuno che sfugga alla logica della sopraffazione da parte del più forte sul più debole, qualunque sia il pretesto ideologico che vorrebbe giustificarlo. I liberi parlamenti hanno il dovere di esprimere in modo concreto la loro solidarietà verso i perseguitati. Non possiamo non elevare la nostra ferma protesta per la tragedia consumata nel Medio Oriente».
«L’ira si è scatenata; l’ira senza discriminazioni ha travolto nell’abisso della morte creature innocenti: nulla ha risparmiato sul suo cammino di sangue e distruzione. Al popolo ebraico esprimemmo la nostra fraterna solidarietà quando era crudelmente perseguitato dai nazisti. Perché mai giungere a questa aggressione biasimata anche da una grande parte del popolo di Israele? Nahum Goldmann, tra i padri fondatori dello Stato di Israele, ha condannato l’aggressione israeliana».
«Israele ha avuto una terra e una patria: una terra e una patria avrà anche il popolo palestinese. La pace torni in quella tormentata regione. In proposito, dovete far sentire la vostra voce, perché ogni silenzio diverrebbe una tacita complicità. Grande è in questa situazione la responsabilità dei liberi parlamenti nella loro funzione di indirizzo e di controllo sui governi nell’esercizio dei loro poteri per quanto concerne le scelte di utilizzazione delle risorse nazionali».
Non vuole che «si dia la parola alle armi». Preferisce la ragione. Avverte: «dalla civiltà si ricadrebbe nella barbarie. Basta con la folle corsa al riarmo, che reca in sé la fine dell’umanità. Si dia vita alla generosa corsa contro la fame. Talvolta ho l’impressione che chi detiene nelle proprie mani il destino dei popoli stia, indifferente, discutendo sul cratere di un vulcano che, nelle sue viscere, va preparando una eruzione nucleare, che segnerebbe la fine dell’umanità».
Dopo la partenza da Beirut della forza di pace multinazionale, conclusasi il 10 settembre 1982, miliziani armati della estrema destra libanese, la sera del 16, fanno irruzione nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila. Per due giorni, ammazzano centinaia, forse migliaia, di civili inermi, sotto lo sguardo dell’esercito israeliano che, dai tetti degli edifici circostanti, presidia i due insediamenti. La strage indigna la comunità internazionale e gli stessi israeliani.
Il 24 settembre 1982, “La Repubblica” pubblica una intervista di Giampaolo Pansa a Primo Levi, il quale vive a Torino. Pansa gli fa presente che la comunità israelitica di Milano denuncia minacce e gli chiede di Torino. «Non mi risulta che sia accaduto qualcosa. Forse un paio di scritte sui muri ci saranno anche qui, ma per tracciarle basta un imbecille con una bomboletta. A Torino c’è una comunità piccola, molto compatta e orientata in senso più liberale di quella milanese».
È tra gli ebrei che han deciso di non risiedere in Israele – li chiamano diasporici – ed è tra quanti la criticano perché militarista. Afferma il proprio diritto di dirle, senza fronzoli, non mi chiedere quattrini, perché non voglio finanziare l’acquisto di armi. Ritiene che neppure una guerra possa giustificare la «protervia sanguinosa» dimostrata da Begin; e che sia «un fatto tremendo», mai accaduto prima, l’isolamento totale in cui, «rapidamente», sta precipitando Israele.
Per Begin accetta la definizione di fascista. Presume che lui stesso non la rifiuterebbe. «È stato allievo di Jabotinski: costui era l’ala destra del sionismo, si proclamava fascista, era uno degli interlocutori di Mussolini». Pansa è sottile nel chiedergli «delle accoglienze» che Arafat ha avuto in Italia: usa il plurale. «Ho visto, ho visto… e la reazione è stata di diffidenza e anche di irritazione». Reputa Arafat spregiudicato quanto Begin: non crede al ramo di ulivo.
Il massacro dei palestinesi nei due campi di Beirut gli ricorda i russi, nell’agosto del 1944, quando «stavano fermi sulla Vistola mentre i nazisti sterminavano i partigiani polacchi. Israele, come i sovietici allora, poteva intervenire e aveva la forza di fermare le bande che massacravano quella gente. Non l’ha fatto». Pansa incalza, lui risponde: «Conservo per Israele un certo lealismo, un vincolo sentimentale. Non sono così pessimista da dire che Israele sarà sempre così».
Nella notte tra il 29 e il 30 settembre 1982, in via Eupili a Milano, un ordigno esplode davanti all’ingresso della palazzina che ospita la sede della Comunità israelitica cittadina, una sinagoga e il Centro di documentazione ebraica contemporanea. Gli attentatori, italiani, appartengono ai Comunisti Organizzati per la Liberazione Proletaria: un movimento di estrema sinistra, fuoriuscito da Prima Linea. Non ci sono vittime. Dieci giorni dopo, a Roma, però, ci scappa il morto.
Sabato 9 ottobre 1982, alle 11:55, un commando di terroristi, di origini palestinesi, assale, con bombe a mano e mitra, la sinagoga di via Del Tempio, la più grande della capitale. Colpito dalla scheggia di una granata, perde la vita Stefano Gaj Taché: ha due anni. Tra i feriti c’è pure il fratello, Gadiel, quattro anni; nel 2022, ricorda quella tragedia in “Il silenzio che urla”, edito da Giuntina. Nel 1985 gli ebrei italiani hanno, quindi, più di un motivo per preoccuparsi.
Dopo la pausa seguita all’attentato di Fiumicino del 1973, gli anni Ottanta iniziano col botto. A partire da quello alla stazione di Bologna, il 2 agosto 1980, su cui non è possibile escludere seguissero una pista, in Libano, De Palo e Toni. Le reazioni isteriche dei governi israeliani e le istigazioni dei terroristi palestinesi lasciano una intollerabile scia di sangue. Ne fanno le spese anche i passeggeri dell’Achille Lauro. La politica estera di Roma barcolla ma non molla.
Il 13 ottobre 1985, i giallorossi cadono al Partenio. Ramon Diaz fa secco Tancredi, su punizione, da distanza siderale. La stessa che passa tra il governo italiano, al netto di Spadolini ed i vertici della amministrazione americana di Ronald Reagan, presidente repubblicano con trascorsi da attore. Andreotti e Craxi non li assecondano nella gestione della crisi seguita al dirottamento della nave da crociera e non gli consegnano, nella notte di Sigonella, i terroristi palestinesi.

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