480 MACCHIE DI CRONACA DEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE
Sabato 10 febbraio 2024, serata finale
del 74° Festival della canzone italiana, una manciata di minuti alla
mezzanotte. All’Ariston c’è un alieno. In pochi immaginano che possa parlare;
ancora meno che faccia danni. Eppure, quando il rapper Ghali, dopo essersi esibito, rivela ciò che gli ha sussurrato, stop al genocidio, all’ambasciata
israeliana, increduli, vanno su tutte le furie. È sconveniente, soprattutto
dinanzi a milioni di telespettatori, molti dei quali giovanissimi.
Alon
Bar ha sessantasette anni. Dal 2022 è il
diciassettesimo ambasciatore d’Israele in Italia. Ingoia il rospo ma non lo
digerisce. Il suo post su X: «Ritengo vergognoso che il
palco del Festival sia stato sfruttato per diffondere odio e provocazioni in
modo superficiale e irresponsabile». La replica di Ghali, a Domenica In: «Ho sempre parlato di questi temi da
quando sono bambino. Non dal 7 ottobre. Mi dispiace che abbia risposto in
questo modo, c’erano tante cose da dire».
L’ambasciatore non può competere con il
rapper. Ghali Amdouni, trentuno anni
e origini tunisine, viene dal
quartiere Baggio di Milano; colleziona dischi di platino e ha milioni di
follower. Bar scrive alle 10:25 di
domenica 11 febbraio. «Nella strage
del 7 ottobre, tra le 1200 vittime, c’erano oltre 360 giovani, trucidati e
violentati nel corso del Nova Music Festival. Il Festival di Sanremo avrebbe
potuto esprimere loro solidarietà. È un peccato che questo non sia accaduto».
Israele è grande quanto Marche, Umbria e
Molise messe insieme: è poco più piccola della Toscana. La Striscia di Gaza ha
qualche chilometro quadrato in meno della provincia di Prato. Il 7 ottobre
2023, i miliziani di Hamas ne varcano il confine. Armi in pugno, danno la
caccia agli israeliani. È una mattanza, cui segue la reazione del governo di Gerusalemme
e un nuovo capitolo del conflitto israelo-palestinese. Le macerie di Gaza
coprono i cadaveri di poveri cristi e assassini.
La comunità internazionale non sa che
pesci prendere. L’Europa dei 27 non c’è; gli europei sfilano per la fine del
genocidio. Americani, cinesi e turchi hanno altro per la testa; ucraini e russi
danno l’idea di averla persa. L’industria bellica fa soldi a palate, il prezzo
del gas è alle stelle; quello dei carburanti è sull’ottovolante, con le accise
che vanno e vengono. I conduttori dei programmi di intrattenimento tremano al
pensiero che gli ospiti lancino appelli per Gaza.
Nel 1973, Palestina di Umberto
Fiori destò meno clamore. Nonostante non sia proprio una canzonetta: “Laggiù…
nei campi, sulle dune, sono armati anche i bambini e ogni donna impugna il suo
fucile. Non fan paura i carri armati di Israele: la tua terra, tu la devi
liberare. Al di là di questo mare, c’è un popolo fratello: ogni lotta aiuta
un’altra lotta, ogni colpo sparato sul nemico sionista, in Italia colpisce chi
comanda”. Inoltre, anche quell’anno fu particolarmente funesto.
Nel 1973, cinque terroristi arabi
progettano di abbattere, dalle parti di Fiumicino, un aereo della compagnia
israeliana “EL AL”. Hanno due lanciamissili. Non gli dice bene: li arrestano,
la notte tra il 4 e il 5 settembre, su segnalazione del Mossad. Uno è a Ostia,
in via Oletta, al civico 33: nel suo armadio ci sono i bazooka; quattro sono a
Roma, in una pensione di via Rasella. Processati, in circostanze e momenti
diversi volano tutti all’estero e diventano uccel di bosco.
Il 6 ottobre dello stesso anno, forze
egiziane e siriane attaccano Israele. La reazione non si fa attendere. È la
Guerra del Kippur. In Italia c’è un governo di centrosinistra: Rumor a
Chigi; Moro alla Farnesina e Tanassi a palazzo Baracchini, sede
della Difesa. Moro è agli Esteri dall’8 luglio. C’è già stato dal 6
agosto 1969 al 26 giugno 1972. Lascerà il 23 novembre 1974, per la Presidenza
del Consiglio. Il 17 ottobre, a dieci giorni dall’inizio delle ostilità, è al
Senato.
«È la quarta volta, nel breve tempo di una
generazione, che il Medio Oriente è turbato dalla guerra. C’è profondo sgomento
e pietà per i morti, i feriti, gli sradicati delle due parti in conflitto».
Dalla guerra lampo dei sei giorni – giugno 1967 – sono passati sei anni e
quattro mesi. Prima ancora, ci sono state quella del Sinai – ottobre 1956 – e
la prima arabo israeliana, del 1948. Quattro guerre in un quarto di secolo, con
Israele da una parte e il mondo arabo dall’altra.
Per Moro, «il
diritto all’esistenza dello Stato di Israele è fuori discussione e l’obiettivo
da perseguire è la coesistenza degli Stati arabi e di Israele in condizioni di
reale e reciproca sicurezza, il che comporta la soluzione del problema dei
palestinesi, il quale non è solo economico-sociale, ma politico».
Americani e russi si marcano a vista nel Mediterraneo, sfiorando il contatto.
La portaerei Independence e alcuni cacciatorpedinieri hanno già lasciato
Atene per Creta.
Le notizie che circolano impongono una
precisazione; Moro: «è del tutto infondato il preteso uso di basi NATO in Italia da
parte degli USA per l’assistenza militare ad Israele. Al riguardo ricordo che
l’uso delle basi NATO è disciplinato da precise regole dell’Alleanza, le quali
vengono rigorosamente osservate. Da parte italiana ci si è sempre astenuti e ci
si astiene da ogni intervento, in particolare da forniture di armi, che possa
aggravare la situazione in Medio Oriente».
Nella vicenda irrompono il Lotto e la cabala napoletana. La sera
dell’attacco, i numeri estratti sulla ruota di Roma sono una corrispondenza dal
fronte e una profezia: 6 – l’inganno arabo nello sfruttare la festività dello
Yom Kippur per cogliere il nemico di sorpresa; 39 – la sofferenza di Israele;
62 – i caduti in battaglia; 74 – i rifugi sotterranei sulla sponda orientale
del Canale di Suez; 88 – Il Trattato di pace del 1979, preceduto dagli Accordi
di Camp David del 1978.
17 dicembre 1973, 12:51, aeroporto di Fiumicino: una banda di
terroristi arabi assale un Boeing 707, della Pan American, fermo sulla pista.
Il volo è diretto a Beirut e Teheran. Si contano oltre trenta vittime; sei sono
italiane: tra loro c’è Monica De Angelis, nove anni. Gli attentatori
fuggono con un aereo dirottato e un gruppo di ostaggi. Nel 1974, consegnati
dagli egiziani all’OLP, cinque saranno processati per “operazione non
autorizzata”. Di loro non si saprà più nulla.
9 gennaio 1977, Craxi, di ritorno
da Israele: «È difficile trattare con chi ti vuole
deliberatamente distruggere e con chi ti considera un criminale».
Allora, per i palestinesi c’era l’OLP; per gli israeliani, il governo del
laburista, centrosinistra, Yitzhak Rabin.
Nel 2023 l’OLP è stata scalzata da Hamas, formazione di estrema destra, dal
grilletto facile. A Gerusalemme, il premier è Benyamin Netanyahu, detto Bibi,
del Likud, il principale partito di centrodestra del paese.
27 giugno 1978, martedì, la Associazione nazionale di amicizia italo
araba elegge il Consiglio nazionale. La convocazione dei soci è firmata dal
presidente: onorevole Virginio Rognoni,
democristiano, ministro dell’Interno dal 13 giugno 1978 al 13 luglio 1983. Nel
pomeriggio, il presidente del Comitato
italiano di amicizia e solidarietà con il popolo palestinese, onorevole Carlo Fracanzani, altro democristiano,
tiene una relazione su “Il problema palestinese in medio oriente”.
La circostanza, colta da Pecorelli, diventa scoop. Il 4 luglio,
“OP” pubblica la lettera, ritenendo «improbabile» che Israele fornisca informazioni a un
ministro legato, «in qualche modo»,
al mondo palestinese. Getta un’ombra su Rognoni, fresco di nomina al Viminale. Nel riferimento al modo e al mondo può leggersi di tutto. Malgrado la diffidenza di alcuni,
l’associazione fa spesso visita al Quirinale: il 29 febbraio 1980 è ricevuta da
Pertini e il 9 febbraio 1988 da Cossiga.
11 novembre 1981. A Palazzo Chigi c’è Spadolini. Emilio Colombo, ministro degli Esteri, illustra ai senatori i
rapporti tra l’Italia e l’OLP. «Sono
venuti instaurandosi attraverso opportuni contatti fin dal 1974». Faruk El Kaddoumi, capo del
dipartimento politico dell’OLP, dal 1977 al 1981 è stato ricevuto da tre dei
quattro ministri, democristiani, succedutisi alla Farnesina in ben due
legislature e sei governi: Forlani, Malfatti e lo stesso Colombo, che lo rivedrà nel 1982.
Colombo
riferisce che, su sua istruzione, «l’ambasciatore
italiano in Libano ha incontrato, di recente, ufficialmente, a Beirut, per la
prima volta, il presidente –
dell’OLP – Yasser Arafat». L’ambasciatore è Franco Lucioli Ottieri della Ciaja: ha preso il posto di Stefano D’Andrea, pare poco gradito
all’OLP e trasferito in Danimarca dopo la gestione delle ricerche, vane, dei
giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni, misteriosamente scomparsi,
in Libano, nel settembre 1980.
Dal 16 al 18 marzo 1982, El
Kaddoumi è a Roma. Ha colloqui con Colombo
e i segretari di Dc, Psi e Pci: Piccoli,
Craxi, Berlinguer. La prima sera si dedica ai dirigenti dell’Associazione nazionale di amicizia italo
araba e del Comitato italiano di
amicizia e solidarietà con il popolo palestinese. Con lui c’è il
rappresentante dell’OLP in Italia, Nemer
Hammad, di cui scrive Nicola De Palo
in Omicidio di Stato, libro inchiesta sulla morte della sorella Graziella e di Italo Toni.
Il 6 giugno 1982, combattenti israeliani di terra, di mare e
dell’aria danno il via all’operazione “Pace in Galilea”. Il governo del
nazionalista Menachem Begin vuole
mettere in sicurezza il confine nord. I militari varcano la frontiera e puntano
Beirut, la capitale libanese, grande quanto Ercolano. Il Libano è lacerato
dalla guerra civile e Israele ha la meglio: migliaia di famiglie palestinesi
sono costrette all’evacuazione. Non c’è vera battaglia, solo morte e
distruzione.
Primo Levi, giovedì 24
giugno 1982, interviene su “La Stampa”. Il 14 giugno è partito per Aushwitz.
Quando rientra è lacerato. «Israele,
sempre meno Terra Santa, sempre più Paese militare, va acquistando i
comportamenti degli altri Paesi del Medio Oriente, il loro radicalismo, la loro
sfiducia nella trattativa». Non considera immotivato l’attacco. È convinto
che la violenza con cui è stato condotto abbia spaventato il mondo. Riconosce
la provocazione e l’ostinazione dell’OLP.
«Diffido dei successi
ottenuti con l’uso spregiudicato delle armi. Provo sdegno per chi
frettolosamente assimila i generali israeliani ai generali nazisti, ed insieme
devo ammettere che Begin questi
giudizi se li sta tirando addosso. Vedo con sconforto rarefarsi la solidarietà
dei Paesi europei». La sera del 26 giugno, gli sarà consegnato il Premio
Viareggio, per il romanzo “Se non ora,
quando?”, con cui si aggiudica per la seconda volta, dopo “La tregua”, anche il Campiello.
Beirut è divisa in due, come la Berlino del muro e la Napoli,
cantata da Federico Salvatore, di Posillipo e Toledo. A ovest, ci sono i
palestinesi e i loro sostenitori; a est, tutti gli altri. Entrambi i settori traboccano
di armi e brutti ceffi, dall’estrazione e nazionalità più disparate. Si può incappare
sia in latitanti italiani della estrema destra, dalle parti dei cristiani
maroniti, sia in brigatisti rossi in cerca di occasioni da cogliere al volo, in
zona palestinese.
Mercoledì 15 settembre 1982, ore 09:27 - aeroporto militare di
Ciampino: Arafat scende dal Boeing
proveniente da Tunisi, per partecipare, a palazzo Montecitorio, alla 69°
Conferenza della Unione Interparlamentare. Più tardi, raggiunge il Quirinale:
viene ricevuto dal Presidente della Repubblica. Il ministero degli Esteri
israeliano, immediatamente, «esprime il
più profondo rammarico per l’incontro. Con questo atto si è incoraggiato il
terrorismo in Medio Oriente e nel mondo».
Il giorno prima, Sandro
Pertini, ha rivolto il proprio saluto ai parlamentari giunti da ogni dove. Ha
un carattere spigoloso. Ne ha viste troppe, non ne può più. Non si contiene. Rivendica,
auspica, ammonisce. Pian piano: «L’idea del Parlamento è nata
dall’insopprimibile bisogno dell’uomo di partecipare alle decisioni che
riguardano il suo destino. Così, nacque la democrazia rappresentativa: l’unica
forma possibile di vero regime democratico, dall’antichità ai nostri giorni».
A Roma, nel 1957, sono stati firmati i Trattati istitutivi della
Comunità Europea. Per Pertini, la previsione dell’Assemblea elettiva è «una
pietra miliare della costruzione unitaria dell’Europa». Lo rammenta ai
delegati, invitandoli alla riflessione: «I popoli europei hanno sentito, in
misura superiore a quella dei loro governi, la necessità che il Parlamento
Europeo sia dotato di poteri maggiori e più penetranti, per trasformare la
comunità economica in un’unione politica».
Non gli piacciono le Camere vuote, «prive di un contenuto di
veri poteri», ovunque siano, nazionali e internazionali. Spiega: «Le
Camere dei Parlamenti, per esistere veramente debbono incidere concretamente
sul processo decisionale politico, perché soltanto così la rappresentanza
parlamentare diviene il mezzo espressivo della autentica partecipazione
popolare alla Res Pubblica. Soltanto così il sistema rappresentativo diviene,
in effetti, strumento efficace della democrazia».
Indica la strada. «I parlamenti hanno il dovere di esprimere in
modo concreto la solidarietà ai perseguitati. Non possiamo non elevare la ferma
protesta per la tragedia nel Medio Oriente». Condanna. «L’ira ha
travolto nell’abisso della morte creature innocenti». Rivendica. «Al
popolo ebraico esprimemmo fraterna solidarietà quando era crudelmente
perseguitato dai nazisti». S’interroga. «Perché giungere a questa
aggressione, biasimata anche da una parte del popolo di Israele?».
Auspica. «Israele ha avuto una terra e una patria: una terra e
una patria avrà anche il popolo palestinese. La pace torni in quella tormentata
regione. In proposito, dovete far sentire la vostra voce; ogni silenzio
diverrebbe una tacita complicità. Grande è in questa situazione la
responsabilità dei liberi parlamenti nella loro funzione di indirizzo e
controllo sui governi, nell’esercizio dei loro poteri per quanto concerne le
scelte di utilizzazione delle risorse nazionali».
Non vuole che «si dia la parola
alle armi». Preferisce la ragione. Avverte: «dalla civiltà si ricadrebbe
nella barbarie. Basta con la folle corsa al riarmo, che reca in sé la fine
dell’umanità. Si dia vita alla generosa corsa contro la fame. Talvolta ho
l’impressione che chi detiene nelle proprie mani il destino dei popoli stia, indifferente,
discutendo sul cratere di un vulcano che, nelle sue viscere, va preparando una
eruzione nucleare, che segnerebbe la fine dell’umanità».
Dopo la partenza da Beirut della forza di pace multinazionale,
conclusasi il 10 settembre 1982, miliziani armati della estrema destra
libanese, la sera del 16, fanno irruzione nei campi profughi palestinesi di
Sabra e Chatila. Per due giorni, ammazzano centinaia, forse migliaia, di civili
inermi, sotto lo sguardo dell’esercito israeliano che, dai tetti degli edifici
circostanti, presidia i due insediamenti. La strage indigna la comunità
internazionale e gli stessi israeliani.
Il 24 settembre 1982, “La Repubblica” pubblica una intervista di Giampaolo Pansa a Primo Levi, il quale vive a Torino. Pansa gli fa presente che la comunità israelitica di Milano
denuncia minacce e gli chiede di Torino. «Non
mi risulta che sia accaduto qualcosa. Forse un paio di scritte sui muri ci
saranno anche qui, ma per tracciarle basta un imbecille con una bomboletta. A
Torino c’è una comunità piccola, molto compatta e orientata in senso più
liberale di quella milanese».
È tra gli ebrei che han deciso di non risiedere in Israele – li
chiamano diasporici – ed è tra quanti la criticano perché militarista. Afferma
il proprio diritto di dirle, senza fronzoli, non mi chiedere quattrini, perché
non voglio finanziare l’acquisto di armi. Ritiene che neppure una guerra possa
giustificare la «protervia sanguinosa»
dimostrata da Begin; e che sia «un fatto tremendo», mai accaduto prima,
l’isolamento totale in cui, «rapidamente»,
sta precipitando Israele.
Per Begin accetta la
definizione di fascista. Presume che lui stesso non la rifiuterebbe. «È stato allievo di Jabotinski: costui era l’ala destra del sionismo, si proclamava
fascista, era uno degli interlocutori di Mussolini».
Pansa è sottile nel chiedergli «delle accoglienze» che Arafat ha avuto in Italia: usa il
plurale. «Ho visto, ho visto… e la
reazione è stata di diffidenza e anche di irritazione». Reputa Arafat
spregiudicato quanto Begin: non
crede al suo ramo di ulivo.
Il massacro dei palestinesi nei due campi di Beirut gli ricorda i
russi, nell’agosto del 1944, quando «stavano
fermi sulla Vistola mentre i nazisti sterminavano i partigiani polacchi.
Israele, come i sovietici allora, poteva intervenire e aveva la forza di
fermare le bande che massacravano quella gente. Non l’ha fatto». Pansa incalza, lui risponde: «Conservo per Israele un certo lealismo, un
vincolo sentimentale. Non sono così pessimista da dire che Israele sarà sempre
così».
Nella notte tra il 29 e il 30 settembre 1982, in via Eupili a
Milano, un ordigno esplode davanti all’ingresso della palazzina che ospita la
sede della Comunità israelitica cittadina, una sinagoga e il centro di
documentazione ebraica contemporanea. Gli attentatori, italiani, appartengono
ai Comunisti Organizzati per la Liberazione Proletaria: un movimento di
estrema sinistra, fuoriuscito da Prima Linea. Non ci sono vittime. Dieci
giorni dopo, a Roma, però, ci scappa il morto.
Sabato 9 ottobre 1982, alle 11:55, un commando di terroristi, di
origini palestinesi, assale, con bombe a mano e mitra, la sinagoga di via Del
Tempio, la più grande della capitale. Colpito dalla scheggia di una granata,
perde la vita Stefano Gaj Taché: ha
due anni. Tra i feriti c’è pure il fratello, Gadiel, quattro anni; nel 2022, ricorda quella tragedia in “Il silenzio che urla”, edito da
Giuntina. Nel 2023 gli ebrei italiani hanno, quindi, più di un motivo per
preoccuparsi.
Bar inciampa sulla
lingua lunga di Rich Cholino e cade
male. Nel 1985, Eitan Ron, ottavo
ambasciatore di Israele a Roma, sceglie il silenzio operoso. Di fronte ha il
primo governo Craxi, con Andreotti agli Esteri. A Gerusalemme, dopo le elezioni del 1984, c’è un esecutivo
di unità nazionale. Il laburista Shimon
Peres lo presiede fino al 1986. Poi lascia, per gli Esteri. Gli dà il
cambio, per due anni, il nazionalista Yitzhak
Shamir, del Likud, che lo ha preceduto agli Esteri.
Il confronto, a dir poco serrato, tra le due sponde del
Mediterraneo, nasce sulle ceneri dell’operazione “Gamba di Legno”. La
mattina del 1° ottobre 1985, uno stormo di caccia israeliani bombarda la sede
dell’OLP di Hammam Chott: tre palazzine bianche sul litorale a sud di Tunisi. È
la risposta alla uccisione di tre israeliani, due uomini e una donna,
sequestrati, all’alba del 25 settembre a Cipro, nel porto turistico di Larnaca,
da tre terroristi, poi arrestati dai ciprioti.
Per Andreotti l’iniziativa israeliana è una
rappresaglia. Dal suo diario: «il problema non è
tanto giuridico quanto politico e umano». Guido Quaranta lo
intervista per L’Espresso: «Non so come Arafat si sia salvato, ma
penso ai poveretti che sono rimasti vittime dell’incursione punitiva». Ha
incontrato il leader palestinese più volte. Anche tre anni prima, a Roma, da
presidente della Unione interparlamentare; e al funerale di Berlinguer. Il
mese, iniziato male, finirà peggio.
Il 29 settembre, la sua Roma, con in panchina Eriksson, è di scena
al San Paolo. In vantaggio, con Tovalieri,
dopo avere sfiorato il raddoppio, è raggiunta da un rigore di Maradona. Prima del calcio di inizio,
c’è un minuto di silenzio, in memoria del presidente Alvaro Marchini e del giornalista Giancarlo Siani, freddato dalla camorra, il lunedì precedente. Il
29 settembre, si commemorano anche le vittime degli eccidi, nell’Appennino
bolognese, intorno a Monte Sole, nel 1944.
«Questa è memoria di sangue,
di fuoco, di martirio, del più vile sterminio di popolo, voluto dai nazisti di Von
Kesselring, e dai loro soldati di ventura, dell’ultima servitù di Salò, per
ritorcere azioni di guerra partigiana». L’esordio dell’epigrafe di Salvatore Quasimodo, posta alla base
del faro monumentale sulla collina sovrastante Marzabotto, ricorda uno dei più
gravi crimini di guerra perpetrati nei confronti della popolazione civile
durante la Seconda guerra mondiale.
Il commento di Craxi
sul raid israeliano: «Una inaccettabile e
inqualificabile violazione delle norme che regolano i rapporti tra gli Stati.
Il governo italiano la condanna con la massima fermezza. È un atto di
aggressione, sul quale deve pesare la dura condanna del mondo civile». Il 3
ottobre, dalle 13:20 alle 14:20, Andreotti è a palazzo Montecitorio, per
rispondere alle interrogazioni. I deputati chiedono conto delle dichiarazioni
rilasciate e delle iniziative da assumere.
Il bombardamento israeliano, per il Pci è un’azione di guerra
contro la Tunisia; per Democrazia proletaria, un atto di pirateria
internazionale. I missini lo collocano in una perversa spirale di ritorsione,
di cui incolpano, senza citarlo, l’OLP. Andreotti ascolta. La
maggioranza di governo tiene, malgrado il broncio, dichiarato, del socialista Giorgio
Gangi – membro della Comunità ebraica milanese, tesoriere del partito,
vicino a Craxi – e del repubblicano Michele Cifarelli.
Il 4 ottobre, il premier socialista israeliano Peres scrive
all’amico Craxi: «Con dispiacere ho dovuto notare che hai deciso di
reagire con commenti unilaterali. Il nostro impegno per la pace è fermo, ho
fiducia che la tua opposizione al terrorismo sia altrettanto ferma». Arrigo Levi liquida la nota come una «lite in famiglia». Si è persuaso che a Craxi
non sia andato giù il tradimento dei compagni israeliani, i quali hanno ceduto
alle pressioni dei loro alleati nazionalisti.
Gangi non ci dorme, Cifarelli è stizzito e Peres ha un
diavolo per capello. Temono gli effetti della scarsa considerazione delle
ragioni israeliane. L’opinione pubblica è schierata con i palestinesi. Le teste
calde non mancano. I cortei per la Palestina libera, numerosi e folti,
continuano a moltiplicarsi, come le azioni dimostrative contro le istituzioni
israeliane. L’aria, pessima, non lascia presagire nulla di buono. Gli ebrei
avvertono l’ostilità e si sentono in pericolo.
Dopo la pausa seguita all’attentato di Fiumicino del 1973, gli
anni Ottanta iniziano col botto. A partire da quello alla stazione di Bologna,
il 2 agosto 1980, su cui non è possibile escludere seguissero una pista, in
Libano, De Palo e Toni. Le reazioni isteriche dei governi
israeliani e le istigazioni dei terroristi palestinesi lasciano una
intollerabile scia di sangue. Ne fanno le spese anche i passeggeri dell’Achille
Lauro. La politica estera di Roma barcolla ma non molla.
Il 13 ottobre 1985, i giallorossi cadono al Partenio. Ramon Diaz fa secco Tancredi, su punizione, da distanza siderale. La stessa che passa tra il governo italiano - escluso Spadolini - e i vertici della amministrazione americana di Ronald Reagan, presidente repubblicano con trascorsi da attore. Andreotti e Craxi non li assecondano nella gestione della crisi seguita al dirottamento della nave da crociera e non gli consegnano, nella notte di Sigonella, i terroristi palestinesi.

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