480 MACCHIE DI CRONACA BREVE DELLA STORIA DEL MOVIMENTO SOCIALE ITALIANO DI GIORGIO ALMIRANTE NELLE NEBBIE LETALI DEGLI ANNI SETTANTA
Nel settembre 1973, Almirante dà alle stampe “Autobiografia di un fucilatore”. Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci sono ancora vivi. Vengono giustiziati il 17 giugno 1974. Giuseppe, sessant’anni, quattro figli, pensionato, si occupa della sede dell’Msi provinciale di Padova, al secondo piano del civico 24 di via Zabarella. Graziano, rappresentante di commercio, ventinove anni e una bambina, ha fatto domanda di iscrizione all’Msi e ha partecipato alla campagna referendaria.
È lunedì. Giuseppe,
sempre puntuale, è in ritardo. Alle 09:50, entra nel Bar Bianchi di Attilio Pennacchio: chiede un caffè.
Dopo dieci minuti, scappa via. All’esterno dell’edificio, all’altezza del
secondo piano, vicino alle finestre dell’ufficio di Giuseppe, Walter Frizzani,
tecnico dell’Enel, sistema dei cavi alla parete. Giandomenico Cattaneo è al primo piano, dal dentista. È in attesa
della tessera d’iscrizione al partito, poco prima è stato in sede ma era ancora
chiusa.
All’improvviso si sentono degli spari. Luigia Zambianchi lavora al primo
piano, nel poliambulatorio dell’Enpas; scossa, si precipita nello studio del
dentista. Cattaneo corre al secondo
piano: la porta è socchiusa, Giuseppe
e Graziano giacciono in una pozza di
sangue. Alle 10:15 Pennacchio chiama
il 113. I giornalisti e le forze dell’ordine non escludono che possa trattarsi
di una faida tra militanti missini. Il giorno dopo, le Brigate Rosse
rivendicano la duplice esecuzione.
Padova, in quegli anni, è l’ombelico del mondo delle
ombre. Ciascuno gioca una propria partita, a prescindere dalla casacca che
indossa; la sceneggiatura è scritta e custodita altrove. Luca Telese, nel 2006, ha dedicato un capitolo di “Cuori Neri” al
dramma delle famiglie Mazzola e Giralucci. La figlia di Graziano, Silvia, nel 1974 aveva tre anni: nel 2011 ha pubblicato “L’Inferno
sono gli altri. Cercando mio padre, vittima delle Br, nella memoria divisa
degli anni Settanta”.
Il quotidiano La
Stampa affida la cronaca del duplice omicidio alla penna di Franco Nasi. La moglie, Anna Iberti,
è il volto dell’Italia che rinasce. Uno scatto di Federico Patellani l’ha consegnata alla Storia delle Istituzioni.
La foto, il 15 giugno 1946, è sulla copertina del settimanale Tempo. La ritrae, sorridente, fiera e
orgogliosa, mentre sbuca dalla prima pagina de Il nuovo Corriere della Sera di giovedì 6 giugno 1946, sotto il
titolo “È nata la Repubblica Italiana”.
Il 17 giugno 1974 l’Italia repubblicana ha ventotto anni.
Il 28 maggio ha pianto per la strage in piazza della Loggia, a Brescia. Il 12 dicembre
1969 ha contato i morti in piazza Fontana, a Milano, nella filiale della Banca Nazionale
dell’Agricoltura. Nel 1970, alla stessa età della Iberti di Patellani, è
stata minacciata dal Golpe Borghese.
Nel 1978 passerà dal colpo di Stato allo stato di colpa, rischiando di
invecchiare senza provare la gioia di scoprirsi, di colpo, Stato.
Almirante,
nel 1973, da segretario dell’Msi-Dn, non gradisce quel che osserva e non ne fa
mistero. «Il Parlamento riflette
passivamente la volontà dei partiti. Quando una assemblea elettiva perde il
requisito della rappresentatività, si determina quell’abisso, tra eletti ed
elettori, che induce a distinguere il Paese reale dal Paese legale. I partiti sono,
al tempo stesso, i padroni e i fuori legge della vita politica. I diritti e le
prerogative di cui fruiscono sono enormi».
Vede nero, dappertutto,
anche oltre i camerati in camicia e stivali: «Le liste elettorali sono
compilate, con assoluta discrezionalità, dai partiti. I collegi senatoriali
vengono assegnati dai partiti, che in tal guisa praticamente scelgono e
nominano i senatori. I Governi vengono costituiti sulla base delle indicazioni
e delle intese tra i partiti, essendo le consultazioni presso la Presidenza
della Repubblica, tramite i gruppi parlamentari, solo una formalità e una
prassi».
Le elezioni si sono tenute nel 1972. Il Presidente Leone, per la prima volta nella breve
storia repubblicana, decide la fine anticipata della legislatura. I missini
ottengono 56 seggi alla Camera (8,67%) e 26 (9,19%) al Senato, registrando un
aumento, rispettivamente, di 32 e 13 parlamentari. Almirante cambia il volto ed il nome del partito. Di nuovo alla
segreteria, dal 29 giugno 1969, accoglie moderati e monarchici, aggiungendo
Destra Nazionale a Movimento Sociale Italiano.
Le urne premiano la componente monarchica. Achille Lauro, Alfredo Covelli e Gino Birindelli vengono
eletti. Lauro assume la presidenza
del Consiglio nazionale dell’Msi-Dn; Covelli
e Birindelli quella del partito: succedono
ad Augusto De Marsanich, già
segretario e zio di Alberto Moravia,
con cui condivide, secondo testimoni del tempo, la primogenitura della celebre
formula «non rinnegare né restaurare»,
sussurrata ai vivaci, nostalgici neofascisti, il 29 giugno 1948 a Napoli.
L’idillio tra Birindelli
e Almirante dura poco. Le strade si
separano nel 1974, quando il primo abbandona il gruppo missino e aderisce al
misto. L’Unità, il 6 aprile 1972, un mese prima delle votazioni, non
condividendo la opportunità di assicurare loro la partecipazione alla
competizione elettorale, traccia un profilo dell’ammiraglio e di altri cinque
aspiranti parlamentari: Amerigo Petrucci,
Paolo Bonomi, Piero Battaglia ed i generali Giovanni
De Lorenzo e Giuseppe Barbara.
Il quotidiano del PCI gli dedica una pagina: li
ritiene impresentabili. Il titolo è eloquente: “i candidati del disordine”;
l’occhiello lo supera: “sei esempi concreti con sei candidati delle liste
democristiane e fasciste. La DC ha permesso ad alcuni di loro di rubare, ad
altri di tramare contro lo Stato, ha permesso loro di comandare agli italiani
onesti, li ha preparati ad allearsi con i picchiatori fascisti e ora li vuol
mandare al Parlamento per assicurargli l’impunità”.
Il riquadro dedicato a Birindelli è intitolato “L’ammiraglio nero”. Il giornale, sebbene
autorevole e prestigioso, ricostruisce, da sinistra e in maniera più che
interessata, mischiando le carte, il percorso d’avvicinamento al partito di Almirante.
L’esordio: l’adesione alle liste
missine è il punto culminante di una parabola cominciata due anni fa. Il
riferimento è alle dichiarazioni rilasciate, da Comandante in capo della
squadra navale, a conclusione della missione Safari.
L’ammiraglio, a fine febbraio 1970, nei giorni delle
dimissioni del secondo governo di Mariano Rumor, espressione della sola democrazia cristiana, denuncia, in
una conferenza stampa, le pessime condizioni in cui operano gli uomini della
Marina. È al porto di Cagliari, a bordo del Garibaldi, l’incrociatore che, alla
proclamazione dell’armistizio, l’8 settembre 1943, salpò da Genova per
consegnarsi, tre giorni dopo e insieme ad altre unità navali italiane, agli
alleati a Malta.
L’inviato de L’Unità non
c’è. Il 24 febbraio, il giornale pubblica comunque la notizia. La ripropone,
poi, due anni dopo, nella versione utile. Scompare «cercheremo un altro
lavoro». Così, con «se non vogliono darci i mezzi per compiere il nostro
dovere, ce lo dicano: passeremo dall’altra parte della barricata», si va
dalla manifestazione di un malessere risaputo e condiviso dalle Forze Armate,
al tentativo di insubordinazione. C’è chi parla di minaccia e chi di
avvertimento.
Eduardo
De Filippo, nei panni di don
Antonio Barracano, sindaco del rione Sanità, spiega la differenza al
proprio medico, il professore Fabio
Della Ragione. Barracano garantisce giustizia e protezione alla
gente del quartiere. Birindelli cerca dignità, sicurezza e risorse per i
commilitoni, i quali osservano, preoccupati, cambuse e dispense. I protagonisti
del ventennio, intanto, hanno messo su pancia, famiglia e gagliardetti
commemorativi; combattono l’inflazione, disarmati.
Birindelli
e Della Ragione guardano
oltreoceano. L’ammiraglio è pronto a sacrificarsi per gli italiani. Il
professore, invece, non ne può più dell’italianità; Barracano vuole trattenerlo: «Siete
padrone tanto di vivere gli anni che vi ha concesso nostro Signore, tanto di
chiudere la vostra esistenza tra dieci minuti. Se partite, avete chiuso.
Secondo voi questa è una minaccia? Mi siete stato vicino per tanti anni,
conoscete la mia natura; come potete pensare una cosa simile».
La lezione: «L’omino
di niente minaccia, siamo d’accordo. Lo fa per intimidire la persona e ottenere
lo scopo; se non l’ottiene può essere pure che rinunzia di mettere in
esecuzione la minaccia e tutto torna – più o meno – come prima». La vittima, «ha
fatto una bella figura, in quanto non ha mollato»; quello che ha
minacciato, «conferma la sua qualifica di
omino di niente». Chiude: «Io ho
deciso. Adesso dovete decidere voi. Come vedete, non è una minaccia ma un
avvertimento».
Quello di Birindelli
era solo un grido di dolore. La Stampa, il 20 giugno 2005, pubblica una sua
intervista. La firma, raffinata, è di Chiara
Beria di Argentine. L’ammiraglio è deluso, ancora: «ho amato in maniera spaventosa la patria. Dopo i governi amorfi dei
partiti del cosiddetto arco costituzionale ho creduto che avremmo avuto il
bipartitismo e l’alternanza tra una destra liberista e i socialisti. Ma questa
destra è moscia: non è seria, ha le idee confuse, non mi piace».
Torna al 1972, quando comandava le forze navali
alleate nel Mediterraneo. «Era un lago
russo. Le loro navi erano ovunque. In Italia non si poteva dirlo».
Bisognava agire: «volevo issare la
bandiera NATO sulle nostre navi. Fui bloccato dal governo di centrosinistra».
L’anno prese il via con l’esecutivo Colombo.
La maggioranza era composta da democristiani, socialisti, socialdemocratici,
repubblicani e sudtirolesi dell’Svp; Aldo
Moro era agli Esteri e Mario Tanassi
alla Difesa.
A proposito della candidatura e di Almirante, che gliela offrì: «Era in gamba. Sapeva di avere un pallino
nell’ala. Era stato repubblichino, non poteva andare al potere. Così, pescava
da tanti forni: dagli ex fascisti, dai servitori dello Stato». Preferì
l’Msi al Partito Liberale: «erano meno
cortesi ma con più grinta». Sulla conclusione di quell’esperienza: «due anni dopo, 25 deputati e 15 senatori
mi chiesero di fare un nuovo gruppo».
Rifiutò, lasciando la fiamma tricolore.
Da deputato missino, scelse di partecipare al funerale
di Antonio Marino, vittima delle schegge di una bomba a mano, durante
una manifestazione, non autorizzata, della galassia neofascista. «Non era
quella la destra europea che mi aveva promesso Almirante». Saverio
Ferrari, con “12 aprile 1973. Il giovedì nero di Milano” ha ricostruito
l’indagine sull’omicidio Marino ed i numerosi processi che ne seguirono.
Antonio era un celerino, avrebbe compiuto ventitré anni il 10 giugno.
Milano aveva avuto anche un mercoledì nero, il 19
novembre 1969, con un altro agente colpito a morte, ai margini di un corteo
delle sinistre. Stesso nome, stessa età, stesso reparto: il III; entrambi
celerini, Marino alla II compagnia e Annarumma alla V. In comune
avevano pure le origini campane. Il primo era di Caserta, sobborgo
Puccianiello; il secondo dell’avellinese, Monteforte Irpino. Antonio
Annarumma guidava una jeep, in via Larga, quando fu raggiunto da una
sprangata.
Giampaolo Pansa
c’era. Racconta di quel pomeriggio in “Piombo e sangue”. Da Annarumma a Marino,
in poco più di tre anni, la polizia è segnata da altri lutti. Il 12 gennaio
1971, a Reggio Calabria, sul treno che lo stava riportando a Padova, il
celerino Antonio Bellotti viene
colpito da un sasso. Diciannove anni, campano come gli altri, era originario di
Lettere, in provincia di Napoli, dove un cippo marmoreo, eretto accanto al
Santuario di Sant’Anna, ne ricorda il sacrificio.
Il 17 maggio 1972, a Milano, alle 09:15, un commando
giustiziò il trentaquattrenne commissario Luigi Calabresi. Era sotto
casa, non c’erano tafferugli o cortei, andava in questura. Ai funerali di Antonio
Annarumma, aveva sottratto Mario Capanna, leader della sinistra
extraparlamentare, a un tentativo di pestaggio dei poliziotti. Era finito nella
lista nera di alcuni anarchici e con La
ballata del Pinelli pure nelle loro canzoni. Cadde per mano di due sicari
di Lotta Continua.
Anche la Benemerita offrì il proprio contributo di
sangue. Il 31 dello stesso mese, in provincia di Gorizia, a Sagrado, frazione
Peteano, una autobomba provoca la morte di tre carabinieri. Sono le 23:15 di un
mercoledì di coppe. Johan Cruijff, con una doppietta rifilata all’Inter
di Invernizzi, ha appena consegnato all’Ajax la seconda, consecutiva,
Coppa dei Campioni. I tre, dopo una telefonata anonima, stanno controllando una
Fiat 500. Non sanno che è imbottita di esplosivo.
È una trappola. L’esca è la segnalazione di un’auto
abbandonata. I commenti alla partita sono rinviati. Il brigadiere Antonio Ferraro viene da Santa Croce
Camerina, in val di Noto: alla frazione Punta Secca c’è la casa di Salvo Montalbano. Ha trentuno anni. È
sposato con Rita Famea. Non farà in
tempo a conoscere la figlia, Antonella,
nata tredici giorni dopo. Le verrà dato il nome del padre, come all’ultimo
figlio di Calabresi, nato sei mesi
dopo l’assassinio del commissario.
Hanno risalito l’Italia anche le altre due
vittime. Donato Poveromo, lucano,
trentatré anni ad agosto, è di Campomaggiore. Ha sposato Luciana Cressatti
sei mesi prima. I fratelli vivono in Brianza. Franco Dongiovanni è
leccese, di Uggiano La Chiesa. Scapolo, ha l’età di Marino e Annarumma.
La figlia del fratello Pietro Paolo, Luigina, racconta il dramma
delle tre famiglie devastate dall’esplosione di Peteano a coloro che, come lei,
negli anni Settanta, non erano ancora nati.
Il 4 giugno, la domenica mattina dopo l’attentato, Almirante
e Birindelli sono al cinema Apollo di Firenze, per un comizio.
L’ammiraglio è fresco di elezione. Nonostante il partito abbia raddoppiato la
pattuglia parlamentare, Almirante tiene alta la tensione. L’intervento
allarma le forze antifasciste. Prima di scatenare un putiferio, ricorda i tre
carabinieri. Non sa ancora che il segretario della sezione missina di San
Giovanni al Natisone è tra i responsabili della strage.
«I nostri giovani devono prepararsi allo scontro
frontale con i comunisti e siccome una volta sono stato frainteso, voglio
sottolineare che quando dico scontro frontale, intendo anche scontro fisico. Se
il governo continuerà a venir meno alla sua funzione di Stato, siamo pronti a
surrogare lo Stato. Queste non sono parole e invito i nostri avversari a non
considerarle tali. Da oggi faremo suonare il campanello d’allarme ovunque,
nelle fabbriche, nelle campagne, nelle scuole».
Alle 19:45, cinque minuti dopo il tramonto, Andreotti
è da Leone per il reincarico. Deve formare il nuovo governo. Quando
lascia il Quirinale, guarda «con momentanea invidia la gente che torna dalle
gite domenicali» - “I diari degli anni di piombo”. I Ministri giurano il 26
giugno. La compagine è formata da democristiani, socialdemocratici e liberali;
ed è sostenuta anche da repubblicani, sudtirolesi e valdostani.
All’opposizione, comunisti e missini; nel mezzo, i socialisti.
Il 10 giugno, sul quotidiano La Stampa, Nicola Adelfi, pseudonimo di Nicola De Feo, scrive: «Accanto al capo, che andava esaltando “i
fedelissimi” nel cinema di Firenze, con la promessa della conquista violenta
del potere, si teneva rigidamente impettito l’ammiraglio Birindelli. Costui non sollevò riserve di alcun genere, al
contrario disse che “quando si agisce, uno comanda e gli altri obbediscono”.
Precisamente, come ai tempi di Mussolini
dittatore e dello stolido Starace».
Alla direzione del giornale c’è Alberto Ronchey: giornalista, saggista e politico, nonché Ministro
della cultura dal 1992 al 1994, nel governo di Carlo Azeglio Ciampi e nel primo di Giuliano Amato. Il Ministero viene istituito nel 1974, da una
costola di quello della Pubblica Istruzione. La denominazione corretta è “Per i
beni culturali e l’ambiente”. Il primo a presiederlo è Spadolini. A Ronchey,
che assume l’incarico dopo l’interim di Andreotti,
succede Domenico Fisichella.
La nascita del nuovo Ministero fu proposta da Aldo Moro, Presidente del Consiglio per
la quarta volta. Spadolini, eletto
senatore nel 1972, da indipendente, nelle liste del PRI, ne fu il promotore.
Era una novità assoluta. Il Ministero per la cultura popolare, negli anni del
Regno d’Italia, era una altra cosa: si occupava prevalentemente di propaganda. Almirante lo sapeva bene, avendo
collaborato, dopo la liberazione di Mussolini,
con il ministro Ferdinando Mezzasoma,
a Salò.
Almirante
e Ronchey avevano una comune passione per i neologismi. Nel 1968, il
futuro Ministro coniò “lottizzazione”, riferendosi alla spartizione politica degli
incarichi. Attribuì al sostantivo, recuperato dalla legislazione urbanistica,
un nuovo e diverso significato. Nel 1973, il segretario missino, prima di Padoa
Schioppa, citò i “bamboccioni”, riportando la rappresentazione, che più
parti proponevano, di quanti si erano cullati nella comfort zone allestita dai
fascisti.
In “Autobiografia di un fucilatore”, si intrattiene
sulle tre tesi in campo, «circa l’Italia di allora», quella del Fascio.
La seconda: «un’Italia bambocciona e cretina, cinica e ignorante, credula e
passiva, plaudente e fornicante, la solita Italia ad uso di tirannelli interni
e liberatori stranieri». Una descrizione che detesta, «inventata per
coprire il trasformismo, molle, degli opportunisti», prima innamorati del
rigore e poi lesti nel varcare la soglia della democrazia.
È l’Italia del ragioniere Giuseppe D’Amore, lo «schiaffeggiatore
di via dell’Impero», consuocero del cavaliere Antonio Cocozza in “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi”: tenerissimo
padre di famiglia, capace, nel Ventennio, di imporre le regole del regime con
un perentorio «giù il cappello». È
l’Italia del finto attendente del Generale, nostalgico fascista, in “Totò
Diabolicus”, il quale, al commissario che gli dice stizzito «lei si presta», risponde, senza remore,
«io ci campo».
Adelfi
prova a dare un senso all’invettiva lanciata dal segretario missino. «Verosimilmente,
sono stati i risultati elettorali, molto deludenti rispetto alle previsioni,
che hanno indotto Almirante a cambiare tattica. Il Msi si trova isolato
in un vicolo cieco: nessuno tra i partiti, grandi o piccoli che siano, pensa ad
interpellarlo o ad ascoltarlo. Data questa situazione d’isolamento e senza
sbocchi in avanti, Almirante è stato costretto a riassumere la sua
vecchia faccia».
Ricorda una affermazione del segretario: «Io la parola fascista la porto scritta sulla
fronte». Ne riconosce “l’abile
tempestività”. «Per il Msi è una
scelta obbligata: o la violenza sistematica, eccitata fino alle conseguenze
estreme in un Paese confuso e sgomento, oppure rassegnarsi a fare la stessa
fine – per anemia di idee – di tutti i precedenti movimenti di estrema destra,
dal qualunquismo del commediografo Guglielmo
Giannini al sanfedismo del comandante Achille
Lauro».
Nel 2005, Birindelli, sollecitato, parla del generale Giovanni
De Lorenzo, in corsa, come lui, alle politiche del 1972. «Quando entrai
nel partito, c’era già. Si sentiva sfruttato, l’ho compatito. Almirante
amava esibire queste figure». In quella tornata elettorale, il segretario
missino riuscì anche a scippare alla sinistra il filosofo, già marxista e in
seguito anticomunista, Armando Plebe, affidandogli il settore cultura
del partito e candidandolo, con successo, al Senato.
De
Lorenzo, già deputato, aderisce al gruppo dell’MSI il 5
maggio 1971, dopo aver lasciato i monarchici del PDIUM, nelle cui fila era
stato eletto nel 1968. Confermato con l’Msi nel 1972, muore l’anno dopo.
Tenente Colonnello in Russia, partigiano dopo l’armistizio, ai vertici
dell’intelligence militare, Comandante Generale dei Carabinieri, Capo di Stato
Maggiore dell’esercito: è una figura complessa, sulle cui iniziative si sono
esercitati storici e commissioni parlamentari.
Birindelli
ne ha anche per Licio Gelli. Non lo stima: lo definisce «una cacchina
di bimbo». Non nega la partecipazione alla P2, dopo il congedo. «Fui
ordinato in un appartamento in via Condotti. Mi diedero il grembiulino;
tornando a casa lo buttai da Ponte Milvio. Due anni prima dello scandalo ero
già in sonno: non era la massoneria delle buone azioni. Tutto marcio». Il
venerabile gli chiese di lasciare l’Msi e fare una scissione. La lusinga: «ha
tante conoscenze». Non gradì.
Giovedì 26 gennaio 1984, Almirante viene
sentito dalla Commissione parlamentare sulla Loggia P2. Entra in aula alle
10:20. Brandisce un processo verbale di testimonio senza giuramento. Lo legge.
I cinque fogli, datati 16 novembre 1981, hanno l’intestazione del Tribunale di
Roma - Ufficio Istruzione. Le dichiarazioni riportate sono di Birindelli:
si riferiscono a Licio Gelli; sono state rese al giudice Angelo Gargani,
fratello di Giuseppe già sottosegretario dc alla Giustizia.
Almirante
ha il dente avvelenato. Gelli ha
tentato di sottrargli l’Msi, cercando la sponda dell’ammiraglio, il quale si
sfila e anni dopo, interrogato, ricorda l’episodio: «Gelli insisteva sul fatto che formassi una corrente, in contrapposizione
alla linea politica della segreteria Almirante,
per poi arrivare alla scissione ed eventualmente, alla formazione di un ampio
gruppo, nel quale avrebbero potuto convergere esponenti di altri partiti, tra
cui liberali e democristiani».
Gelli
non conosce Birindelli. Prende
l’iniziativa e gli scrive. Si presenta come industriale. Il primo incontro
avviene a Roma. Ne seguono altri. Almeno uno si tiene sulla terrazza del
Quirinale, durante una cena: secondo la ricostruzione fornita da Gelli, Nino Valentino,
portavoce del Presidente della Repubblica, Giovanni
Leone, gli chiede di organizzare un appuntamento con l’ammiraglio, per
parlare di «una determinata svolta
politica». Si passa dai grembiulini ai bavaglini.
La scissione ci fu comunque. Svuotò le casse dell’Msi.
Almirante non la prese bene. Nel 1984 si sfoga con la Commissione: «Il 10
febbraio 1977 mi aspettavo di ricevere il contributo di 4 miliardi di lire per
le elezioni politiche del 1976». Gliene assegnarono la metà. Gli altri
andarono, «con un atto di vera e propria rapina, al neo partito, nato il 22
dicembre 1976 e che non credo avesse potuto spendere, fino al 31 dicembre, 2
miliardi di lire per le sue pregevoli attività».
Birindelli
se ne andò prima, nel 1974. Avrebbe voluto portare tutto il partito sulle sue
posizioni, alternative a quelle della segreteria. Non ce la fece. Almirante
gli riconosce l’onore delle armi: «Fu un precisionista». Alla fine del
1976, invece, lasciarono 18 dei 35 deputati eletti e 9 senatori su 15. La
fiamma dell’Msi si riscoprì, così, d’un tratto, poco più di un lumicino:
indebitata e con 23 parlamentari, a fronte dei 37 su cui poteva contare nella
primavera del 1972.
Almirante
attribuisce alla combriccola di Gelli
anche il proprio coinvolgimento nella strage di Peteano. È accusato di
favoreggiamento di uno dei responsabili. In Commissione, lo definisce «un complotto della P2». La Camera, su
sua esplicita richiesta, mercoledì 18 gennaio 1984, concede la autorizzazione a
procedere in giudizio. Non teme il
tribunale e il colore delle toghe. Alla votazione partecipano 42
deputati missini. L’esito: 455 presenti, nessun astenuto e 145 contrari.

Commenti
Posta un commento