480 MACCHIE DI CRONACA BREVE DELLA STORIA DEL MOVIMENTO SOCIALE ITALIANO DI GIORGIO ALMIRANTE NELLE NEBBIE LETALI DEGLI ANNI SETTANTA

 

Nel settembre 1973, Almirante dà alle stampe “Autobiografia di un fucilatore”. Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci sono ancora vivi. Vengono giustiziati il 17 giugno 1974. Giuseppe, sessant’anni, quattro figli, pensionato, si occupa della sede dell’Msi provinciale di Padova, al secondo piano del civico 24 di via Zabarella.  Graziano, rappresentante di commercio, ventinove anni e una bambina, ha fatto domanda di iscrizione all’Msi e ha partecipato alla campagna referendaria.

 

È lunedì. Giuseppe, sempre puntuale, è in ritardo. Alle 09:50, entra nel Bar Bianchi di Attilio Pennacchio: chiede un caffè. Dopo dieci minuti, scappa via. All’esterno dell’edificio, all’altezza del secondo piano, vicino alle finestre dell’ufficio di Giuseppe, Walter Frizzani, tecnico dell’Enel, sistema dei cavi alla parete. Giandomenico Cattaneo è al primo piano, dal dentista. È in attesa della tessera d’iscrizione al partito, poco prima è stato in sede ma era ancora chiusa.

 

All’improvviso si sentono degli spari. Luigia Zambianchi lavora al primo piano, nel poliambulatorio dell’Enpas; scossa, si precipita nello studio del dentista. Cattaneo corre al secondo piano: la porta è socchiusa, Giuseppe e Graziano giacciono in una pozza di sangue. Alle 10:15 Pennacchio chiama il 113. I giornalisti e le forze dell’ordine non escludono che possa trattarsi di una faida tra militanti missini. Il giorno dopo, le Brigate Rosse rivendicano la duplice esecuzione.

 

Padova, in quegli anni, è l’ombelico del mondo delle ombre. Ciascuno gioca una propria partita, a prescindere dalla casacca che indossa; la sceneggiatura è scritta e custodita altrove. Luca Telese, nel 2006, ha dedicato un capitolo di “Cuori Neri” al dramma delle famiglie Mazzola e Giralucci. La figlia di Graziano, Silvia, nel 1974 aveva tre anni: nel 2011 ha pubblicato “L’Inferno sono gli altri. Cercando mio padre, vittima delle Br, nella memoria divisa degli anni Settanta”.

 

Il quotidiano La Stampa affida la cronaca del duplice omicidio alla penna di Franco Nasi. La moglie, Anna Iberti, è il volto dell’Italia che rinasce. Uno scatto di Federico Patellani l’ha consegnata alla Storia delle Istituzioni. La foto, il 15 giugno 1946, è sulla copertina del settimanale Tempo. La ritrae, sorridente, fiera e orgogliosa, mentre sbuca dalla prima pagina de Il nuovo Corriere della Sera di giovedì 6 giugno 1946, sotto il titolo “È nata la Repubblica Italiana”.

 

Il 17 giugno 1974 l’Italia repubblicana ha ventotto anni. Il 28 maggio ha pianto per la strage in piazza della Loggia, a Brescia. Il 12 dicembre 1969 ha contato i morti in piazza Fontana, a Milano, nella filiale della Banca Nazionale dell’Agricoltura. Nel 1970, alla stessa età della Iberti di Patellani, è stata minacciata dal Golpe Borghese. Nel 1978 passerà dal colpo di Stato allo stato di colpa, rischiando di invecchiare senza provare la gioia di scoprirsi, di colpo, Stato.

 

Almirante, nel 1973, da segretario dell’Msi-Dn, non gradisce quel che osserva e non ne fa mistero. «Il Parlamento riflette passivamente la volontà dei partiti. Quando una assemblea elettiva perde il requisito della rappresentatività, si determina quell’abisso, tra eletti ed elettori, che induce a distinguere il Paese reale dal Paese legale. I partiti sono, al tempo stesso, i padroni e i fuori legge della vita politica. I diritti e le prerogative di cui fruiscono sono enormi».

 

Vede nero, dappertutto, anche oltre i camerati in camicia e stivali: «Le liste elettorali sono compilate, con assoluta discrezionalità, dai partiti. I collegi senatoriali vengono assegnati dai partiti, che in tal guisa praticamente scelgono e nominano i senatori. I Governi vengono costituiti sulla base delle indicazioni e delle intese tra i partiti, essendo le consultazioni presso la Presidenza della Repubblica, tramite i gruppi parlamentari, solo una formalità e una prassi».

 

Le elezioni si sono tenute nel 1972. Il Presidente Leone, per la prima volta nella breve storia repubblicana, decide la fine anticipata della legislatura. I missini ottengono 56 seggi alla Camera (8,67%) e 26 (9,19%) al Senato, registrando un aumento, rispettivamente, di 32 e 13 parlamentari. Almirante cambia il volto ed il nome del partito. Di nuovo alla segreteria, dal 29 giugno 1969, accoglie moderati e monarchici, aggiungendo Destra Nazionale a Movimento Sociale Italiano.

 

Le urne premiano la componente monarchica. Achille Lauro, Alfredo Covelli e Gino Birindelli vengono eletti. Lauro assume la presidenza del Consiglio nazionale dell’Msi-Dn; Covelli e Birindelli quella del partito: succedono ad Augusto De Marsanich, già segretario e zio di Alberto Moravia, con cui condivide, secondo testimoni del tempo, la primogenitura della celebre formula «non rinnegare né restaurare», sussurrata ai vivaci, nostalgici neofascisti, il 29 giugno 1948 a Napoli.

 

L’idillio tra Birindelli e Almirante dura poco. Le strade si separano nel 1974, quando il primo abbandona il gruppo missino e aderisce al misto. L’Unità, il 6 aprile 1972, un mese prima delle votazioni, non condividendo la opportunità di assicurare loro la partecipazione alla competizione elettorale, traccia un profilo dell’ammiraglio e di altri cinque aspiranti parlamentari: Amerigo Petrucci, Paolo Bonomi, Piero Battaglia ed i generali Giovanni De Lorenzo e Giuseppe Barbara.

 

Il quotidiano del PCI gli dedica una pagina: li ritiene impresentabili. Il titolo è eloquente: “i candidati del disordine”; l’occhiello lo supera: “sei esempi concreti con sei candidati delle liste democristiane e fasciste. La DC ha permesso ad alcuni di loro di rubare, ad altri di tramare contro lo Stato, ha permesso loro di comandare agli italiani onesti, li ha preparati ad allearsi con i picchiatori fascisti e ora li vuol mandare al Parlamento per assicurargli l’impunità”.

 

Il riquadro dedicato a Birindelli è intitolato “L’ammiraglio nero”. Il giornale, sebbene autorevole e prestigioso, ricostruisce, da sinistra e in maniera più che interessata, mischiando le carte, il percorso d’avvicinamento al partito di Almirante. L’esordio: l’adesione alle liste missine è il punto culminante di una parabola cominciata due anni fa. Il riferimento è alle dichiarazioni rilasciate, da Comandante in capo della squadra navale, a conclusione della missione Safari.

 

L’ammiraglio, a fine febbraio 1970, nei giorni delle dimissioni del secondo governo di Mariano Rumor, espressione della sola democrazia cristiana, denuncia, in una conferenza stampa, le pessime condizioni in cui operano gli uomini della Marina. È al porto di Cagliari, a bordo del Garibaldi, l’incrociatore che, alla proclamazione dell’armistizio, l’8 settembre 1943, salpò da Genova per consegnarsi, tre giorni dopo e insieme ad altre unità navali italiane, agli alleati a Malta.

 

L’inviato de L’Unità non c’è. Il 24 febbraio, il giornale pubblica comunque la notizia. La ripropone, poi, due anni dopo, nella versione utile. Scompare «cercheremo un altro lavoro». Così, con «se non vogliono darci i mezzi per compiere il nostro dovere, ce lo dicano: passeremo dall’altra parte della barricata», si va dalla manifestazione di un malessere risaputo e condiviso dalle Forze Armate, al tentativo di insubordinazione. C’è chi parla di minaccia e chi di avvertimento.

 

Eduardo De Filippo, nei panni di don Antonio Barracano, sindaco del rione Sanità, spiega la differenza al proprio medico, il professore Fabio Della Ragione. Barracano garantisce giustizia e protezione alla gente del quartiere. Birindelli cerca dignità, sicurezza e risorse per i commilitoni, i quali osservano, preoccupati, cambuse e dispense. I protagonisti del ventennio, intanto, hanno messo su pancia, famiglia e gagliardetti commemorativi; combattono l’inflazione, disarmati.

 

Birindelli e Della Ragione guardano oltreoceano. L’ammiraglio è pronto a sacrificarsi per gli italiani. Il professore, invece, non ne può più dell’italianità; Barracano vuole trattenerlo: «Siete padrone tanto di vivere gli anni che vi ha concesso nostro Signore, tanto di chiudere la vostra esistenza tra dieci minuti. Se partite, avete chiuso. Secondo voi questa è una minaccia? Mi siete stato vicino per tanti anni, conoscete la mia natura; come potete pensare una cosa simile».

 

La lezione: «L’omino di niente minaccia, siamo d’accordo. Lo fa per intimidire la persona e ottenere lo scopo; se non l’ottiene può essere pure che rinunzia di mettere in esecuzione la minaccia e tutto torna – più o meno – come prima». La vittima, «ha fatto una bella figura, in quanto non ha mollato»; quello che ha minacciato, «conferma la sua qualifica di omino di niente». Chiude: «Io ho deciso. Adesso dovete decidere voi. Come vedete, non è una minaccia ma un avvertimento».

 

Quello di Birindelli era solo un grido di dolore. La Stampa, il 20 giugno 2005, pubblica una sua intervista. La firma, raffinata, è di Chiara Beria di Argentine. L’ammiraglio è deluso, ancora: «ho amato in maniera spaventosa la patria. Dopo i governi amorfi dei partiti del cosiddetto arco costituzionale ho creduto che avremmo avuto il bipartitismo e l’alternanza tra una destra liberista e i socialisti. Ma questa destra è moscia: non è seria, ha le idee confuse, non mi piace».

 

Torna al 1972, quando comandava le forze navali alleate nel Mediterraneo. «Era un lago russo. Le loro navi erano ovunque. In Italia non si poteva dirlo». Bisognava agire: «volevo issare la bandiera NATO sulle nostre navi. Fui bloccato dal governo di centrosinistra». L’anno prese il via con l’esecutivo Colombo. La maggioranza era composta da democristiani, socialisti, socialdemocratici, repubblicani e sudtirolesi dell’Svp; Aldo Moro era agli Esteri e Mario Tanassi alla Difesa.

 

A proposito della candidatura e di Almirante, che gliela offrì: «Era in gamba. Sapeva di avere un pallino nell’ala. Era stato repubblichino, non poteva andare al potere. Così, pescava da tanti forni: dagli ex fascisti, dai servitori dello Stato». Preferì l’Msi al Partito Liberale: «erano meno cortesi ma con più grinta». Sulla conclusione di quell’esperienza: «due anni dopo, 25 deputati e 15 senatori mi chiesero di fare un nuovo gruppo». Rifiutò, lasciando la fiamma tricolore.

 

Da deputato missino, scelse di partecipare al funerale di Antonio Marino, vittima delle schegge di una bomba a mano, durante una manifestazione, non autorizzata, della galassia neofascista. «Non era quella la destra europea che mi aveva promesso Almirante». Saverio Ferrari, con “12 aprile 1973. Il giovedì nero di Milano” ha ricostruito l’indagine sull’omicidio Marino ed i numerosi processi che ne seguirono. Antonio era un celerino, avrebbe compiuto ventitré anni il 10 giugno.

 

Milano aveva avuto anche un mercoledì nero, il 19 novembre 1969, con un altro agente colpito a morte, ai margini di un corteo delle sinistre. Stesso nome, stessa età, stesso reparto: il III; entrambi celerini, Marino alla II compagnia e Annarumma alla V. In comune avevano pure le origini campane. Il primo era di Caserta, sobborgo Puccianiello; il secondo dell’avellinese, Monteforte Irpino. Antonio Annarumma guidava una jeep, in via Larga, quando fu raggiunto da una sprangata.

 

Giampaolo Pansa c’era. Racconta di quel pomeriggio in “Piombo e sangue”. Da Annarumma a Marino, in poco più di tre anni, la polizia è segnata da altri lutti. Il 12 gennaio 1971, a Reggio Calabria, sul treno che lo stava riportando a Padova, il celerino Antonio Bellotti viene colpito da un sasso. Diciannove anni, campano come gli altri, era originario di Lettere, in provincia di Napoli, dove un cippo marmoreo, eretto accanto al Santuario di Sant’Anna, ne ricorda il sacrificio.

 

Il 17 maggio 1972, a Milano, alle 09:15, un commando giustiziò il trentaquattrenne commissario Luigi Calabresi. Era sotto casa, non c’erano tafferugli o cortei, andava in questura. Ai funerali di Antonio Annarumma, aveva sottratto Mario Capanna, leader della sinistra extraparlamentare, a un tentativo di pestaggio dei poliziotti. Era finito nella lista nera di alcuni anarchici e con La ballata del Pinelli pure nelle loro canzoni. Cadde per mano di due sicari di Lotta Continua.

  

Anche la Benemerita offrì il proprio contributo di sangue. Il 31 dello stesso mese, in provincia di Gorizia, a Sagrado, frazione Peteano, una autobomba provoca la morte di tre carabinieri. Sono le 23:15 di un mercoledì di coppe. Johan Cruijff, con una doppietta rifilata all’Inter di Invernizzi, ha appena consegnato all’Ajax la seconda, consecutiva, Coppa dei Campioni. I tre, dopo una telefonata anonima, stanno controllando una Fiat 500. Non sanno che è imbottita di esplosivo.

 

È una trappola. L’esca è la segnalazione di un’auto abbandonata. I commenti alla partita sono rinviati. Il brigadiere Antonio Ferraro viene da Santa Croce Camerina, in val di Noto: alla frazione Punta Secca c’è la casa di Salvo Montalbano. Ha trentuno anni. È sposato con Rita Famea. Non farà in tempo a conoscere la figlia, Antonella, nata tredici giorni dopo. Le verrà dato il nome del padre, come all’ultimo figlio di Calabresi, nato sei mesi dopo l’assassinio del commissario.

 

Hanno risalito l’Italia anche le altre due vittime.  Donato Poveromo, lucano, trentatré anni ad agosto, è di Campomaggiore. Ha sposato Luciana Cressatti sei mesi prima. I fratelli vivono in Brianza. Franco Dongiovanni è leccese, di Uggiano La Chiesa. Scapolo, ha l’età di Marino e Annarumma. La figlia del fratello Pietro Paolo, Luigina, racconta il dramma delle tre famiglie devastate dall’esplosione di Peteano a coloro che, come lei, negli anni Settanta, non erano ancora nati.

 

Il 4 giugno, la domenica mattina dopo l’attentato, Almirante e Birindelli sono al cinema Apollo di Firenze, per un comizio. L’ammiraglio è fresco di elezione. Nonostante il partito abbia raddoppiato la pattuglia parlamentare, Almirante tiene alta la tensione. L’intervento allarma le forze antifasciste. Prima di scatenare un putiferio, ricorda i tre carabinieri. Non sa ancora che il segretario della sezione missina di San Giovanni al Natisone è tra i responsabili della strage.

 

«I nostri giovani devono prepararsi allo scontro frontale con i comunisti e siccome una volta sono stato frainteso, voglio sottolineare che quando dico scontro frontale, intendo anche scontro fisico. Se il governo continuerà a venir meno alla sua funzione di Stato, siamo pronti a surrogare lo Stato. Queste non sono parole e invito i nostri avversari a non considerarle tali. Da oggi faremo suonare il campanello d’allarme ovunque, nelle fabbriche, nelle campagne, nelle scuole».

 

Alle 19:45, cinque minuti dopo il tramonto, Andreotti è da Leone per il reincarico. Deve formare il nuovo governo. Quando lascia il Quirinale, guarda «con momentanea invidia la gente che torna dalle gite domenicali» - “I diari degli anni di piombo”. I Ministri giurano il 26 giugno. La compagine è formata da democristiani, socialdemocratici e liberali; ed è sostenuta anche da repubblicani, sudtirolesi e valdostani. All’opposizione, comunisti e missini; nel mezzo, i socialisti.

 

Il 10 giugno, sul quotidiano La Stampa, Nicola Adelfi, pseudonimo di Nicola De Feo, scrive: «Accanto al capo, che andava esaltando “i fedelissimi” nel cinema di Firenze, con la promessa della conquista violenta del potere, si teneva rigidamente impettito l’ammiraglio Birindelli. Costui non sollevò riserve di alcun genere, al contrario disse che “quando si agisce, uno comanda e gli altri obbediscono”. Precisamente, come ai tempi di Mussolini dittatore e dello stolido Starace».

 

Alla direzione del giornale c’è Alberto Ronchey: giornalista, saggista e politico, nonché Ministro della cultura dal 1992 al 1994, nel governo di Carlo Azeglio Ciampi e nel primo di Giuliano Amato. Il Ministero viene istituito nel 1974, da una costola di quello della Pubblica Istruzione. La denominazione corretta è “Per i beni culturali e l’ambiente”. Il primo a presiederlo è Spadolini. A Ronchey, che assume l’incarico dopo l’interim di Andreotti, succede Domenico Fisichella.

 

La nascita del nuovo Ministero fu proposta da Aldo Moro, Presidente del Consiglio per la quarta volta. Spadolini, eletto senatore nel 1972, da indipendente, nelle liste del PRI, ne fu il promotore. Era una novità assoluta. Il Ministero per la cultura popolare, negli anni del Regno d’Italia, era una altra cosa: si occupava prevalentemente di propaganda. Almirante lo sapeva bene, avendo collaborato, dopo la liberazione di Mussolini, con il ministro Ferdinando Mezzasoma, a Salò.

 

Almirante e Ronchey avevano una comune passione per i neologismi. Nel 1968, il futuro Ministro coniò “lottizzazione”, riferendosi alla spartizione politica degli incarichi. Attribuì al sostantivo, recuperato dalla legislazione urbanistica, un nuovo e diverso significato. Nel 1973, il segretario missino, prima di Padoa Schioppa, citò i “bamboccioni”, riportando la rappresentazione, che più parti proponevano, di quanti si erano cullati nella comfort zone allestita dai fascisti.

 

In “Autobiografia di un fucilatore”, si intrattiene sulle tre tesi in campo, «circa l’Italia di allora», quella del Fascio. La seconda: «un’Italia bambocciona e cretina, cinica e ignorante, credula e passiva, plaudente e fornicante, la solita Italia ad uso di tirannelli interni e liberatori stranieri». Una descrizione che detesta, «inventata per coprire il trasformismo, molle, degli opportunisti», prima innamorati del rigore e poi lesti nel varcare la soglia della democrazia.

 

È l’Italia del ragioniere Giuseppe D’Amore, lo «schiaffeggiatore di via dell’Impero», consuocero del cavaliere Antonio Cocozza in “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi”: tenerissimo padre di famiglia, capace, nel Ventennio, di imporre le regole del regime con un perentorio «giù il cappello». È l’Italia del finto attendente del Generale, nostalgico fascista, in “Totò Diabolicus”, il quale, al commissario che gli dice stizzito «lei si presta», risponde, senza remore, «io ci campo».

 

 Adelfi prova a dare un senso all’invettiva lanciata dal segretario missino. «Verosimilmente, sono stati i risultati elettorali, molto deludenti rispetto alle previsioni, che hanno indotto Almirante a cambiare tattica. Il Msi si trova isolato in un vicolo cieco: nessuno tra i partiti, grandi o piccoli che siano, pensa ad interpellarlo o ad ascoltarlo. Data questa situazione d’isolamento e senza sbocchi in avanti, Almirante è stato costretto a riassumere la sua vecchia faccia».

 

Ricorda una affermazione del segretario: «Io la parola fascista la porto scritta sulla fronte». Ne riconosce “l’abile tempestività”. «Per il Msi è una scelta obbligata: o la violenza sistematica, eccitata fino alle conseguenze estreme in un Paese confuso e sgomento, oppure rassegnarsi a fare la stessa fine – per anemia di idee – di tutti i precedenti movimenti di estrema destra, dal qualunquismo del commediografo Guglielmo Giannini al sanfedismo del comandante Achille Lauro».

 

Nel 2005, Birindelli, sollecitato, parla del generale Giovanni De Lorenzo, in corsa, come lui, alle politiche del 1972. «Quando entrai nel partito, c’era già. Si sentiva sfruttato, l’ho compatito. Almirante amava esibire queste figure». In quella tornata elettorale, il segretario missino riuscì anche a scippare alla sinistra il filosofo, già marxista e in seguito anticomunista, Armando Plebe, affidandogli il settore cultura del partito e candidandolo, con successo, al Senato.

 

De Lorenzo, già deputato, aderisce al gruppo dell’MSI il 5 maggio 1971, dopo aver lasciato i monarchici del PDIUM, nelle cui fila era stato eletto nel 1968. Confermato con l’Msi nel 1972, muore l’anno dopo. Tenente Colonnello in Russia, partigiano dopo l’armistizio, ai vertici dell’intelligence militare, Comandante Generale dei Carabinieri, Capo di Stato Maggiore dell’esercito: è una figura complessa, sulle cui iniziative si sono esercitati storici e commissioni parlamentari.

 

Birindelli ne ha anche per Licio Gelli. Non lo stima: lo definisce «una cacchina di bimbo». Non nega la partecipazione alla P2, dopo il congedo. «Fui ordinato in un appartamento in via Condotti. Mi diedero il grembiulino; tornando a casa lo buttai da Ponte Milvio. Due anni prima dello scandalo ero già in sonno: non era la massoneria delle buone azioni. Tutto marcio». Il venerabile gli chiese di lasciare l’Msi e fare una scissione. La lusinga: «ha tante conoscenze». Non gradì.

 

Giovedì 26 gennaio 1984, Almirante viene sentito dalla Commissione parlamentare sulla Loggia P2. Entra in aula alle 10:20. Brandisce un processo verbale di testimonio senza giuramento. Lo legge. I cinque fogli, datati 16 novembre 1981, hanno l’intestazione del Tribunale di Roma - Ufficio Istruzione. Le dichiarazioni riportate sono di Birindelli: si riferiscono a Licio Gelli; sono state rese al giudice Angelo Gargani, fratello di Giuseppe già sottosegretario dc alla Giustizia.

 

Almirante ha il dente avvelenato. Gelli ha tentato di sottrargli l’Msi, cercando la sponda dell’ammiraglio, il quale si sfila e anni dopo, interrogato, ricorda l’episodio: «Gelli insisteva sul fatto che formassi una corrente, in contrapposizione alla linea politica della segreteria Almirante, per poi arrivare alla scissione ed eventualmente, alla formazione di un ampio gruppo, nel quale avrebbero potuto convergere esponenti di altri partiti, tra cui liberali e democristiani».

 

Gelli non conosce Birindelli. Prende l’iniziativa e gli scrive. Si presenta come industriale. Il primo incontro avviene a Roma. Ne seguono altri. Almeno uno si tiene sulla terrazza del Quirinale, durante una cena: secondo la ricostruzione fornita da Gelli, Nino Valentino, portavoce del Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, gli chiede di organizzare un appuntamento con l’ammiraglio, per parlare di «una determinata svolta politica». Si passa dai grembiulini ai bavaglini.

 

La scissione ci fu comunque. Svuotò le casse dell’Msi. Almirante non la prese bene. Nel 1984 si sfoga con la Commissione: «Il 10 febbraio 1977 mi aspettavo di ricevere il contributo di 4 miliardi di lire per le elezioni politiche del 1976». Gliene assegnarono la metà. Gli altri andarono, «con un atto di vera e propria rapina, al neo partito, nato il 22 dicembre 1976 e che non credo avesse potuto spendere, fino al 31 dicembre, 2 miliardi di lire per le sue pregevoli attività».

 

Birindelli se ne andò prima, nel 1974. Avrebbe voluto portare tutto il partito sulle sue posizioni, alternative a quelle della segreteria. Non ce la fece. Almirante gli riconosce l’onore delle armi: «Fu un precisionista». Alla fine del 1976, invece, lasciarono 18 dei 35 deputati eletti e 9 senatori su 15. La fiamma dell’Msi si riscoprì, così, d’un tratto, poco più di un lumicino: indebitata e con 23 parlamentari, a fronte dei 37 su cui poteva contare nella primavera del 1972.

 

Almirante attribuisce alla combriccola di Gelli anche il proprio coinvolgimento nella strage di Peteano. È accusato di favoreggiamento di uno dei responsabili. In Commissione, lo definisce «un complotto della P2». La Camera, su sua esplicita richiesta, mercoledì 18 gennaio 1984, concede la autorizzazione a procedere in giudizio. Non teme il tribunale e il colore delle toghe. Alla votazione partecipano 42 deputati missini. L’esito: 455 presenti, nessun astenuto e 145 contrari.

Commenti

Post popolari in questo blog

480 MACCHIE DI CRONACA POLITICA E ISTITUZIONALE - BREVE INTRODUZIONE BUFFA ALLA STORIA CONTEMPORANEA DEL BELPAESE

480 MACCHIE DI CRONACA DEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE

480 MACCHIE DI CRONACA LIQUIDA DI UN PAESE CHE HA PERSO LA MEMORIA E FA FATICA A TENERSI A GALLA IN UN MARE DI GUAI

PROLOGO BUFFO AL COMMENTO SCONVENIENTE SULLE DISAVVENTURE DI CHI SOGNA UN’OPERA MONUMENTALE E SI RITROVA CON UN ORINALE

ANGRI. La pessima lezione del buon maestro Barba e la irritante cronaca della diversamente simpatica giornalista Salzano

Angri. I CONTI CHE NON TORNANO, LA TAVOLA DEL PRINCIPE E IL VALORE DELLA DIAGNOSI PRECOCE DELL’INCAPACITÀ POLITICA DEI DIRIGENTI

IL REDDITO DI CITTADINANZA A FEBBRAIO HA COMPIUTO 19 ANNI. LO INTRODUSSE BASSOLINO NEL 2004. ORA È IL PEGGIORE INCUBO DEI POLITICI

Angri. Paolo VI nel 1976 esortò alla sobrietà nelle celebrazioni del culto mariano. L'Espresso Sud fece luce sulle feste patronali nell'agro nocerino. E divampò la polemica. Dentro e fuori la Chiesa. Anche di San Giovanni

ANGRI. Varata la nuova giunta. Tra disappunti e preoccupazioni.