480 MACCHIE DI CRONACA POLITICA E ISTITUZIONALE - BREVE INTRODUZIONE BUFFA ALLA STORIA CONTEMPORANEA DEL BELPAESE

 
Se i giovani sapessero e i vecchi potessero si leggerebbero più poesie e meno oroscopi. Purtroppo, agli uni manca la conoscenza e agli altri la forza. Di pazienza e tolleranza neanche a parlarne; pare sia colpa del tempo: trascorre troppo velocemente. Negli anni Sessanta, l’attore Ernesto Calindri propose un rimedio e fu preso alla lettera. La formula ha avuto varie applicazioni, con alterne fortune e una costante: la moltiplicazione di soluzioni amare tirate fuori dai carciofi.

Ciriaco De Mita sosteneva che «l’informazione, legata alla notizia del giorno, pur sembrando efficace, compromette memoria e riflessione». È uno degli effetti del logorio della vita moderna. Fretta e approssimazione nuocciono alla salute e al pensiero utile. Scriverlo sulle lancette degli orologi aiuterebbe; anche per mettere in sicurezza la conoscenza e scongiurare conclusioni e rivelazioni farneticanti, tipo: «Romolo ha fondato Roma dopo aver ammazzato la lupa con un remo».
 
Per gli squarciatori di veli la scuola è uno strumento di omologazione; librerie e biblioteche sono piazze di spaccio di nozioni allucinogene. Connessi tra loro, racimolano e accumulano dati, creando relazioni ispirate dal desiderio di andare oltre le versioni ufficiali. La parola d’ordine: non fidarsi. Pure a costo di urlare che la Terra è piatta; lo sbarco sulla Luna è una finzione cinematografica; c’è chi finanzia la sostituzione etnica per colorare la società occidentale.

I fatti si consegnano alla storia per come sono raccontati. In troppi giocano con gli stati d’animo e pochi verificano le fonti. Confidando nei creduloni, la politica intinge il biscotto in tanta desolazione. Enzo Biagi guardava con una certa riluttanza chi riempie le ampolle con l’acqua del Po, inneggiando ai presunti antenati Celti. Per lui il fiume sacro era il Piave che, il 24 maggio 1918, mormorava al passaggio dei fanti, impegnati a difendere la frontiera dall’invasore.

Il Risorgimento italiano è tra i periodi più profanati dai correttori di errori. A discapito di casa Savoia e Garibaldi. Su Cavour e Mazzini si esercitano meno. I reali piemontesi vengono proposti con le pezze al culo mentre l’eroe dei due mondi è dipinto come un bulletto di quartiere al soldo degli inglesi. I Borboni fanno un figurone esagerato. Gli argomenti ricorrenti: le sconfortanti condizioni delle finanze degli Stati di mezza Europa e il saccheggio del Banco di Napoli.

«Se gli inglesi non si fossero schierati con Garibaldi, a Napoli ci sarebbe ancora il re. L’intervento gli è costato caro: Maradona li ha fatti piangere. Loro ci hanno messo lo zampino e lui la mano». La geopolitica, dal Garigliano in giù, si riassume in poche battute. Meno di quelle usate da Lucio Caracciolo e Dario Fabbri. Approvate da tutti: non si hanno scontri epici, come tra Alessandro Orsini e Nathalie Tocci. La nostalgia c’entra poco: è per timore e risposte non date.

Inglesi e americani si sono preoccupati delle sorti di Roma, con lo spartito delle suocere capaci di rovinare la giornata per interposta persona: non si sentono, non si vedono ma ciò che si ascolta, osserva e subisce è opera loro. Alcuni pubblici ministeri hanno ipotizzato che abbiano segnato tutti gli anni Settanta. C’è anche chi gli attribuisce la sollecitazione di Tangentopoli. Se fosse vero, le maratone televisive elettorali sarebbero state soltanto uno spreco di energia.

Degli anni Settanta e Ottanta hanno scritto soprattutto i magistrati. Registrando pochi consensi: non tanto per la scarsa propensione del pubblico alla lettura, quanto per la sua percepita incapacità di venirne a capo e la sensazione di voltar le pagine senza aver cavato un ragno dal buco. La produzione editoriale togata è vasta, articolata e complessa; però, la storia è sempre la stessa: una strage, un attentato, più processi, qualche condanna, poche certezze e troppi forse.

Le parole hanno uno o più significati. Chi ne fa un cattivo uso va bacchettato, per evitargli brutte figure. I propalatori di teorie che non stanno né in cielo né in terra sono ignoranti. Non prendere per buona un’opinione ci può stare; mettere in discussione la Storia, no. Elevare il negazionismo a categoria di pensiero è un eccesso. C’è già la stupidità. Ulteriori precisazioni scivolano nel ridicolo: gli omosessuali non sono «membri del gentil sesso» o «diversamente etero».

Le sfumature sono insidiose: non hanno i contorni definiti. In politica fanno miracoli. Basta scovarne una, per esistere e rivendicare primato e ruolo. Dati destra, centro e sinistra, ponendosi alla sinistra della destra o alla destra della sinistra si guarda al centro apprezzando un’ulteriore prospettiva e un’altra identità. Lo stesso accade collocandosi poco più oltre destra, sinistra e centro. L’effetto malcelato: si passa dal primato della politica ai primati in politica.

Nella patria del « – pausa – ma» il dialogo non ha vita facile. L’attimo di silenzio gli è letale. Il risultato è che il punto di vista di ciascuno precipita nel vuoto, trascinando con sé relazioni e comunicazione. Basterebbe un «ma sì» per rimediare e rattoppare. Invece, no: ci si ostina a interrompere, costringendo l’altro a una continua ripartenza cui è negato l’arrivo; sol perché, ritenuto complice del sistema, lo si incolpa di diffondere le fesserie care ai burattinai.

Le piazze sono lastricate di buone intenzioni, come la strada per l’inferno; soprattutto alla vigilia delle elezioni, al pari delle redazioni sportive durante il calciomercato. Rimossi i palchi, arrotolate e riposte le bandiere, vi sfilano i cortei, tra urla, fischi e richieste di maggiori attenzioni. Politici e sindacalisti le preferiscono alle sezioni: il messaggio affidato al vento ha orizzonti più vasti e non c’è il rischio che l’eco restituisca parole diverse, indigeste.

Se il cuore non vuole ordini, lo stomaco non accetta contraddittorio, giustificazioni e ritardi. È opportuno tenerne conto: le forzature non servono. I predatori di voti lo sanno e s’ingegnano: scelgono le criticità fiutando l’aria che tira, offrendo alla massa ciò che la massa s’aspetta. L’adeguatezza e la possibilità non hanno cittadinanza. Se i medici facessero lo stesso, prescrivendo i farmaci seguendo i gusti e le indicazioni degli assistiti, si griderebbe allo scandalo.

Volere e potere non vanno a braccetto; anche se sono ostentati insieme. La realtà gli si mette di traverso, separandoli. Chi li offre inscindibilmente uniti ha la stessa credibilità dei calciatori quando baciano la maglia. A volte, i propositi, sebbene nobili ed autorevoli, sbattono il grugno sul fondo della cassa, tra mille altri che li hanno preceduti e programmi non attuati per carenza di risorse. È chiaro che metter mano a ciò che è necessario non paga in termini di voti.

Le preferenze hanno scritto la storia della prima repubblica, da Badoglio a Craxi. Dalla seconda in poi se ne è fatto a meno: nella sostanza, non nella forma, con le liste bloccate e un solo candidato per ciascun partito nel collegio. Eppure, premesse e prospettive erano serie.  Mancava solo la valutazione dell’incidenza della italianità. Una omissione grave, che ha reso inutili le file ai seggi. La Corte costituzionale ha manifestato, invano e al muro, il proprio disappunto.

Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico. La legge stabilisce requisiti e modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e ne assicura l’effettività. Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.

Il ragionier Ugo Fantozzi ci crede. In “Fantozzi subisce ancora” si prepara alla consultazione per il rinnovo del parlamento. Si informa, per decidere con cognizione di causa, barricato in casa, «da mattina a notte fonda», tra pile di giornali e tribune politiche. Redarguisce e allontana la moglie, che lo esorta a nutrirsi: «Pina, se sbaglio il voto, questa volta va a finire che non mangiamo per una decina d’anni». Sballottato dalle «campane discordanti», ha le allucinazioni.

Giovanni Spadolini, leader dei repubblicani, lo invita a fare sacrifici: «Come può vedere, non sono stoicamente portato al digiuno ma sono d’accordo con l’onorevole Pannella: lei è stoicamente condannato a digiunare. Limitate i consumi». Il ragioniere, incredulo: «Ancor di più»? La risposta: «Certo, vada a farsi praticare altri quattro o cinque buchi sulla cintura, mentre io vado nella mia bella villa, sopra Firenze e mi faccio un bel cotolettone impanato, con patate fritte».

Pietro Longo, segretario nazionale dei socialdemocratici, lo rassicura sulla pensione: «Vede ragioniere, se lei appoggia il mio partito, le prometto di risolvere il problema della pensione». Fantozzi ringrazia e Longo precisa: «Parlo della mia, mica della sua. Ho già una certa età e ho una madre a carico». Il ragioniere, interdetto: «Scusi, la sua mamma vuole che me la accolli io»? Longo non ci sta: «No, no, Fantozzi, la mamma non si tocca». Lui, inerme: «Non mi guardi così».

Un’intera generazione di politici si è formata su quei dialoghi, determinandosi a combattere gli sprechi. Il film uscì nel 1983. I partiti avevano vertici rappresentativi e strutture solide: si articolavano dalle periferie più remote ai palazzi romani. Costituiti da persone ma non personali, sono passati, poi, allo stato liquido e al gassoso; ce ne erano per tutti: fascisti, comunisti, democristiani, repubblicani, liberali, socialdemocratici, democratici proletari e radicali.

I professori Monti e Fornero sarebbero comparsi una era geologica dopo, nella notte della resa allo spread e ai mercati impazziti; invocati per diagnosi e terapia salvavita. Neri Parenti e Paolo Villaggio furono profetici. Anche Enrico Berlinguer aveva lanciato l’allarme, tre anni prima, ponendo la “Questione morale”. I tempi non erano ancora maturi e non lo sarebbero più stati: come gli adolescenti che invecchiano ma non diventano adulti, passando dall’essere acerbi a marci.

Dalla “Milano da bere” alle “bare da Bergamo”, con la irrinunciabile puntatina al banchetto dell’apericena, la caduta è stata rovinosa. Poco meno di quarant’anni han seminato ruderi e rimorsi in ogni dove. In principio, si passò dalle bombe eversive, dai natali incerti, ai fuochi d’artificio per i successi della settima potenza al mondo; dalle lacrime di cordoglio alle sbornie da compiacimento; poi, il declino. Durante e dopo, i cellulari: per frenar o dar voce alle proteste.

Con la seconda repubblica, le ricostruzioni strampalate, sotto forma di revisioni storiche e addirittura genealogiche, si sono annidate e proliferano anche nei livelli più alti della politica, interessando, finanche, i rappresentanti dell’istituzioni. Dal Ventennio a Tangentopoli, passando per via Rasella e il terrorismo, non c’è intesa su niente. Il nero sfumato e il tinto rosso, come il tonto nero e il rosso fumato, affermando scemenze evidentissime, si contendono la scena.

«Un oratore acuto ma non trascinante, perché ragiona ma non si accende». Così Enzo Biagi descriveva Berlinguer. «Tra la domanda e la risposta c’era il tempo per andare a prendere il caffè. Non incoraggia né i discorsi né l’aneddotica». È stato “il Segretario” nazionale del PCI, fino al 7 giugno 1984, quando, in piazza della Frutta a Padova, durante un comizio per le europee, fu colto da un malore, rivelatosi fatale quattro giorni dopo: la stessa fine dei dissidenti sovietici.

Il dirimpettaio del compagno «sardo e muto» era un camerata particolarmente loquace: Giorgio Almirante, segretario nazionale dell’MSI; gigante della Destra, ricordato, all’unanimità, per la capacità di persuadere la platea. Entrambi fustigatori del malcostume, denunciarono i limiti della partitocrazia, senza scivolare nel turpiloquio. Negli anni in cui il Paese sembrava aver perso la bussola, tennero ben saldo il timone, tra fiamme, spinelli, acquasantiere, servizi e segreti.

Tra una riforma istituzionale e l’altra, è cambiato il senso di marcia della viabilità politica.  Nel ventennio novanta duemila, si è passati da “tutte le strade portano a Roma” a “tutti i candidati partono da Roma”. Una volta, nei paesini, non potevano mancare il campanile, i carabinieri e le sedi almeno della democrazia cristiana, del partito comunista e dei missini. I dirigenti nazionali traevano linfa vitale dai circoli locali: li rappresentavano e vi erano rappresentati.

I partiti avevano diverse anime. Erano le “sensibilità”, prima che i valori si confondessero con i patrimoni e i bacini di voti. La segretaria di Giulio Andreotti, per annunciare a “il Divo” la visita degli amici democristiani, soleva dire: «Presidente, sta arrivando una brutta corrente». Vero o no, Paolo Sorrentino interpreta il comune sentire nello scrivere la battuta di Piera Degli Esposti, l’attrice che veste i panni della signora Enea, all’anagrafe Vincenza Enea Gambogi.

Se la religione è stata considerata l’oppio dei popoli, le riforme istituzionali sono il cicchettino dei perdigiorni. Non c’è politico, canuto o di primo pelo, che non le abbia a cuore. L’intenzione dichiarata è migliorare l’assetto della casa comune; la recondita, per gli oppositori, è menare il can per l’aia, quando non si sa da dove prendere il principio. Nonostante ciò, ne hanno discusso pure personaggi illustri, a ragion veduta, fin dalla approvazione della Costituzione.

Spadolini, nelle vignette di Giorgio Forattini, aveva il pancione e il pisellino. Gli “attributi” erano palesemente talmente grandi, da sconsigliarne la raffigurazione. Ne fece sfoggio, da Presidente del Consiglio. Non gli sedevano accanto tra i banchi del primo governo a guida repubblicana: erano al solito posto e venivano fuori all’occorrenza. Li apprezzarono in molti. Correva l’anno di disgrazie 1981. Sandro Pertini era già il Presidente della Repubblica del «fate presto».

Le elezioni politiche c’erano state nel giugno del 1979. Il partito repubblicano aveva ottenuto un magro bottino: poco più del 3%, per 16 seggi alla Camera su 630 e 6 al Senato su 315. Alla democrazia cristiana ne furono assegnati 262 e 138; al partito comunista 201 e 109; ai socialisti 62 e 32. Al loro cospetto i repubblicani erano più una comitiva che un gruppo parlamentare. Il 9 maggio 1978 era stato assassinato Aldo Moro; il 23 novembre 1980 ci fu il terremoto in Irpinia.

Spadolini varcò la soglia di Palazzo Chigi, tra pallottole vaganti, logge massoniche e crisi internazionali; non proprio una sfilata tra microfoni e taccuini. Andrea Manzella, nel decennale della morte, ricordò quei giorni, il politico e la sua lezione. «Per la prima volta, la Presidenza del Consiglio non era della principale formazione della coalizione. Era il riconoscimento della “diversità” istituzionale e politica del Primo Ministro rispetto ai partiti della maggioranza».

Il legame tra partiti e istituzioni era tossico. Se fossero stati una coppia lo avrebbero descritto come un amore malato. Si denunciava la chiara occupazione abusiva delle seconde ad opera dei primi: come fanno i senzatetto con le case incustodite. I dirigenti nazionali mettevano becco in tutto, imponendosi. Alla stregua delle suocere, presso cui si è costretti a stare, rinunciando alla libertà, sol perché, grazie alla loro pensione e all’ospitalità, si riesce a tirar avanti.

Al 1981 mancò solo l’invasione delle cavallette. Avvenne di tutto, dentro e fuori i confini nazionali: dall’attentato al Papa a quello al Presidente degli Stati Uniti; per non parlare del sequestro e della liberazione – con la consegna del riscatto alle BR – dell’assessore regionale campano, democristiano, con delega all’urbanistica, Ciro Cirillo. Fu una sorta di rigurgito degli incubi del decennio precedente. Con una eccezione, non di poco conto: Cirillo fu salvato, Moro no.

L’omaccione toscano era molto di più di uno che ce l’aveva fatta con il 3% dei voti. Era una sorta di Massimo Decimo Meridio della Repubblica, «servo leale degli unici veri Costituenti»: nell’arena politica, dove i partiti se le suonavano; a differenza del Capo dello Stato che, dal palazzo del Quirinale, lanciando segnali di fumo con la pipa, presidiava la Costituzione. L’edera non era vista come una pianta appiccicosa e lui non seminava grane: così, si poteva prendere fiato.
    
L’11 luglio 1981, alla Camera, per il voto di fiducia, Spadolini replica a Longo: «Rivendico l'autonomia istituzionale del Primo Ministro e del Consiglio nella redazione finale delle proposte da presentare al Parlamento. Il Governo della Repubblica non sarà mai dei partiti» e neppure delle loro delegazioni. Era il primo premier non democristiano: un “laico”, precisazione necessaria a sottolineare che non apparteneva alla parrocchia, in affanno ed esausta, dello scudocrociato.

Le ragioni della svolta non vedevano tutti d’accordo. La si giustificava, a seconda della appartenenza, come uno snodo nevralgico o la improcrastinabile bocciatura delle esperienze precedenti. Sulle analisi che puntavano l’indice contro il suo partito, l’on. Giuseppe Costamagna pose una pietra tombale: «La democrazia cristiana si è stancata di guidare il Governo, prima che si stancassero gli elettori di versarle la maggioranza relativa dei voti» – quattordici milioni: il 38%.

Nel rinnovare il sostegno al Governo, scusandosi per l’insolenza, cita il verso T’amo, o pio bove: «Ritengo che questo Ministero, almeno per ora, infonda, come diceva il Poeta, un sentimento di pace e di dolcezza, guardandone la solennità della nascita, pensando alla dolorosa fatica cui dovrà avviarsi, piegato come pare, al giogo delle segreterie dei partiti». È una preoccupazione sincera, diversa da quella che portò Luca Leoni Orsenigo a esibire, il 16 marzo 1993, un cappio.

Il 16 marzo è la vigilia dell’Anniversario dell’Unità d’Italia. Dovrebbe essere una occasione di riflessioni e preparativi, con la nottata che deve passare per poter celebrare l’evento. Non una data qualsiasi: è il giorno in cui bisognerebbe confrontarsi con la coscienza collettiva e le nebbie mai dissipate; è quello del rapimento Moro, con la strage di via Fani, nel 1978; e anche dei primi provvedimenti della magistratura nell’ambito dell’inchiesta Calcioscommesse, nel 1980.

Il 16 marzo è nato Eugenio Bennato, cantore di Giuseppe Nicola Summa e autore di “Ninco Nanco”. Sostituendo il nome del brigante con quello del presidente democristiano trucidato dai brigatisti, il ritornello propone una melodia che si fa sentenza: «Aldo Moro deve morire, perché se campa potrebbe parlare e se parlasse potrebbe dire qualcosa agli italiani; Aldo Moro deve morire, perché se muore ci può raccontare che era statista e morì ucciso, perché non volle stare al gioco».

La Costituzione stava a cuore anche agli amici di Gelli. Dando una sbirciatina al “Piano di rinascita democratica” – il loro programma – si scopre che non avevano alcuna intenzione di sputarci sopra o calpestarla. Proponevano un ritocchino della Carta e una iniezione di novità altrove: auspicavano l’abolizione delle province e la riduzione dei parlamentari; introduzione di leggi elettorali sul modello tedesco, responsabilità civile ed esami psicoattitudinali per i magistrati.

A Mussolini la massoneria non andava a genio. La mise al bando nel 1925. Gli si sarebbero aggrovigliate le budella se, il 17 marzo 1981, avesse letto l’elenco degli affiliati alla P2. C’era di tutto: parlamentari, magistrati, ministri in carica, giornalisti, diplomatici, imprenditori, dirigenti d’azienda, vertici delle forze sia dell’ordine sia armate; trattandosi di un’associazione segreta, non potevano mancare i servizi. Gran parte di costoro, però, non ne sapeva una mazza.

Spadolini fece i conti anche con il conflitto arabo israeliano, come i predecessori e altri dopo di lui. Il 13 giugno 1980 c’era stata la Dichiarazione di Venezia; il 23 luglio gli israeliani proclamarono, unilateralmente, Gerusalemme capitale “indivisibile” dello Stato; il 16 settembre 1982, iniziò il massacro di Sabra e Chatila. Il Medio Oriente era una polveriera, con l’Italia in prima fila tra quanti promuovevano, responsabilmente e concretamente, dialogo e pacificazione.

Alla Difesa dal 1983 al 1987, con Craxi a Chigi e Andreotti alla Farnesina: non toccò palla. Stretto tra loro, si rose il fegato quando entrambi decisero di perdere di vista uno dei palestinesi che avevano assaltato l’Achille Lauro. Atlantista fino al midollo, se la prese non tanto per la mancata consegna del terrorista agli americani, pronti a metter a soqquadro Sigonella, quanto per il non coinvolgimento della magistratura, che apprese della resa e della fuga dai notiziari.
 
I politici, negli anni in cui non andavano in giro in felpa e canotta, si sono dati un gran da fare per spegnere i principi di incendio. La rissa sul ballatoio condominiale infastidisce. Appiccicarsi allo spioncino non aiuta. Chi si azzuffa ha sempre torto. Con buona pace del «fate ciò che volete ma a debita distanza», se si passa dalle minacce ai missili, le ragioni dei contendenti svaniscono, portandosi via il sonno di chi deve rimediare, facendosi carico delle conseguenze.

Le immagini di alcuni fronti di guerra instillano ansia. C’è chi piange per le vittime e chi versa lacrime pensando alle spese che aumentano a causa del conflitto. Nei salotti televisivi, gli analisti si specchiano, distinguendo invasori e provocatori. I telespettatori, invece, dopo avere confrontato le bollette delle utenze, invocano la pace, anche con il portafoglio. Il finanziamento della guerra di Etiopia del 1935 è ancora la maggiore componente del prezzo dei carburanti.

C’è stato un tempo in cui il motto “prima gli italiani” muoveva politici e 007 fedeli alla Repubblica, impegnati a scongiurare, a modo loro e con iniziative non sempre cristalline, il pericolo che la penisola si trasformasse in una area di scontro tra terroristi e servizi dell’altra sponda del Mediterraneo: nessun attentato sul suolo italico e approvvigionamento energetico, per qualche lasciapassare. Negli anni Ottanta, lo chiamarono Lodo Moro. Limitò i danni e anche i morti.
 
Nel giugno 1980 a Venezia si riunì il Consiglio Europeo. Premier Francesco Cossiga, agli Esteri Emilio Colombo. Gli italiani lasciarono il segno sulla risoluzione per il Medio Oriente: sicurezza per tutti e «riconoscimento dei diritti del popolo palestinese». Non solo: «l’OLP dovrà essere associata ai negoziati». Ma senza fretta. Un colpo al cerchio e uno alla botte, sulle cui ripercussioni ci si è interrogati a lungo, tirando in ballo pure la strage alla stazione di Bologna.

Massimo Troisi, nei panni del postino Mario Ruoppolo, riteneva che «la poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve». In laguna, senza nulla aggiungere o togliere alle precedenti determinazioni di altri organismi internazionali, l’Europa si espresse ma non si diede una scadenza. Una posizione, posta come non concordata con gli americani, dagli orizzonti indefiniti e di difficile interpretazione, per l’OLP, gli israeliani e gli stessi sottoscrittori.

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