480 MACCHIE DI CRONACA LIQUIDA DI UN PAESE CHE HA PERSO LA MEMORIA E FA FATICA A TENERSI A GALLA IN UN MARE DI GUAI
Dalle Alpi in giù, l’acqua è sinonimo di sciagure annunciate. Non importa che si tratti di mare, laghi, fiumi o pioggia. La potabile e la balneabile fanno eccezione: sono contese. Sebbene la gestione sia molto remunerativa, lo Stato le ha lasciate ai privati, affidandone la cura a una cerchia esclusiva e ristretta. Della rete idrica si occupano gruppi stranieri; nelle mani di poche famiglie italiane sono, invece, saldamente e da decenni, spiagge, ombrelloni, lettini e cabine.
La stagnante mette tutti d’accordo: puzza, fa male. Si stenta a crederlo, eppure per i politici, di destra e sinistra, compresi quelli che oscillano da un’estremità all’altra, è un tema ricorrente in campagna elettorale. Si sviluppa nella rivendicazione della bonifica dell’agro pontino, con la distinzione tra chi l’ha immaginata, chi l’ha programmata e chi, accelerandone l’esecuzione, l’ha portata a compimento. Frattanto, i morti di malaria, ignorati, si rivoltano nelle bare.
Il Mediterraneo è un elemento di connessione e contaminazione. C’è chi ne parla come se fosse un’esca per disgraziati in fuga e chi lo riduce a inesauribile discarica di rifiuti nocivi. Nella terra delle Repubbliche marinare, i collegamenti con le isole e il trasporto lungo le dorsali costiere rappresentano un lusso. Intanto, si dà priorità al ponte sullo stretto di Messina, necessario alla mobilità transnazionale; anche se, in quelle zone, sognano e chiedono strade e binari.
Riace e Lampedusa sono due puntini sulla cartina geografica. Uno, immerso nel marrone, sotto la suola dello stivale; l’altro, nel blu, a metà strada tra l’Africa e Malta. Su entrambi sventola la bandiera tricolore. Da Napoli a Riace, con i mezzi pubblici, si impiega mezza giornata: per andare a Zurigo ci vuole meno. A Lampedusa, la maggiore delle Pelagie, si vive di turismo; alla bisogna, si soccorrono naufraghi e si pescano cadaveri: l’acqua riempie le casse, anche da morto.
A Lampedusa si fanno il segno della croce guardando il mare. A Riace, Mimmo Lucano, per fare la stessa cosa, si è cecato un occhio. Da quelle parti era incappato in una disavventura analoga pure Anfiarao: uno dei due bronzi. Fu rinvenuto, con l’altro, in fondo al mare, con le chiappe scoperte; scovato da Dante all’Inferno, tra i fraudolenti, era un indovino: il primo, a quanto si racconta. Di quelli che non inventano ma vedono oggi ciò che accadrà domani e tra qualche giorno.
Anfiarao non era un attaccabrighe. Se ne stava per i fatti suoi, lontano dai guai. Anche perché li prevedeva. Non come gli indovini dei giorni nostri, che rispondono «chi è?» al videocitofono. Aveva una moglie sensibile al luccichio dei preziosi. Fu così che, annusato l’odore dello zolfo, notoriamente mai foriero di buone notizie, pensò bene di darsela a gambe, per evitar di partecipare a un’azione punitiva, in cui sapeva che lui e i suoi amici ci avrebbero lasciato le penne.
Mimmo Lucano non è un attaccabrighe. Se ne stava per i fatti suoi, lontano dai guai. Anche se non li prevedeva. Come altri sindaci, fino a quando non rispondono «chi è?» ai carabinieri al citofono. Ha una moglie sensibile al luccichio delle lacrime dei naufraghi. Così, nauseato dall’odore di guerre e carestie, mai foriero di crociere, ha pensato di rimboccarsi le maniche, allestendo un sistema di accoglienza, senza sapere che lui e i suoi amici ci avrebbero lasciato le penne.
Anfiarao e Lucano non sono due tizi qualsiasi. Hanno amicizie altolocate. Oltre a mogli capaci di farli assurgere agli onori della cronaca, consegnandoli ai poeti. Si erano dati da fare pure prima di conoscerle. Ma se ne erano accorti solo parenti e vicini. Poi si sono aperte le porte: dei nascondigli, delle case, del tribunale e dell’inferno. E i due eroi si sono ritrovati sul banco dei dannati, «perché – come scrisse l’Alighieri per Anfiarao – vollero veder troppo davante».
Come Anfiarao all’Inferno, gli italiani dovrebbero essere condannati a camminare guardando indietro. Non ce la fanno a imparare che con l’acqua e le colate di cemento non si scherza: quando l’una si stufa delle altre, le trascina via. L’epilogo: cumuli di macerie e decine di morti. Bisognerebbe insegnarlo ai bambini: l’acqua buca i sassi, bagna la carta e non si taglia, quindi ha la meglio anche sulla forbice. Il segno: il pugno chiuso, con il dito medio puntato verso l’alto.
L’acqua di marzo è peggio delle macchie ne’ vestiti. Gli anziani la temono: si accompagna a dolori antichi. È colpa del mese: fa brutte sorprese. Quella riservata a Carmine “Mino” Pecorelli è orribile: gli spararono nel 1979, la sera di martedì 20. Tra sicari, mandanti, pentiti, anche pentiti di essersi pentiti, politica, mafia, massoni, servizi, condanne e assoluzioni, le verità accertate sono solo due: non è morto di vecchiaia; i proiettili che lo freddarono erano francesi.
«Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto». Gian Maria Volonté, in “Per un pugno di dollari”, ne è convinto ma si sbaglia: Clint Eastwood spara per primo e lo stende. Quando un uomo con la penna incontra un uomo con la pistola, quello con la penna è un uomo morto. Non fa differenza che la penna sia di un magistrato, un prete o un giornalista: i proiettili sono più efficaci delle sentenze, delle denunce e delle inchieste.
Pecorelli era un giornalista investigativo: ficcanaso, di professione non a tempo perso. Poneva domande e s’interrogava. Poi si metteva alla macchina da scrivere e faceva fracasso. Finito l’articolo, lo pubblicava sul settimanale che dirigeva “Osservatore Politico”, noto come “OP”. L’ultimo pezzo ha avuto una sorte diversa e ignota: è rimasto nel cassetto o chissà dove, per l’improvvisa e imprevista dipartita dell’autore. Dalla sera dell’omicidio non se n’è saputo più niente.
«Se dovessi morire tra un minuto so che nell’aldilà non sarei chiamato a rispondere di Pecorelli»: Andreotti si tirò fuori nel 1999. La Cassazione confermò. Massimo Troisi, su di lui, a Pippo Baudo: «È buono, fesso. Mio padre, invece, è in malafede: portai una ragazza a casa, di nascosto; subito scoprì un capello biondo e mi disse che non lo dovevo fare più. Il figlio di Andreotti vive da due anni con una brasiliana, due svedesi e una tedesca: lui non se ne è ancora accorto».
Andreotti è stato a lungo nel mirino di Procure e redazioni. Ne è uscito indenne o quasi, grazie ai diari. Giovanni Leone non resistette e gettò la spugna il 15 giugno 1978. La Bonino e Pannella gli chiesero scusa mentre soffiava su novanta candeline: riconoscenti, lo riabilitarono. Francesco Guccini, per molto meno, con “L’avvelenata”, nel 1976, aveva mandato tutti a quel paese. La coppia radicale ricucì lo strappo, il 3 novembre 1998, con una lettera al Corriere della Sera.
Le parole, pesanti come macigni: «I fatti si sono incaricati di provare quanto la sua Presidenza della Repubblica fu sul piano delle formali, doverose responsabilità, assolutamente rispettosa della Costituzione e delle Istituzioni, in un Paese nel quale il tradimento della legge fondamentale, della lealtà istituzionale, la violazione del diritto e dei diritti e ogni usurpazione possono impunemente affermarsi, e si affermano, proprio a partire dai massimi vertici dello Stato».
Gli attivisti del movimento che minacciava di aprire il parlamento «come una scatoletta di tonno» furono più feroci e maleducati con Giorgio Napolitano, primo Presidente della Repubblica rieletto, in carica dal 15 maggio 2006 al 14 gennaio 2015. Erano i giorni della proclamazione della lotta alle spese folli e della abolizione della povertà. Quando le sue condizioni di salute peggiorarono, gli augurarono di sopravvivere fino al momento in cui gli avrebbero tolto il vitalizio.
Per quanto nulla aggiunga e niente tolga ai loro tormenti, non può tacersi che Andreotti, Leone e Napolitano hanno assistito alla fine dei rispettivi detrattori. Colpevoli di esserci da sempre e di aver trainato il carro per sentieri resi impervi dalla storia e impraticabili dalla narrazione, sono stati il bersaglio preferito di coloro che, con poca voglia, ancora meno acume e nessuna abilità giornalistica e politica, hanno elevato a pietre d’angolo i sassi della lapidazione.
Andreotti entrò nelle Istituzioni alla fine della Seconda guerra mondiale: c’era ancora la monarchia. Ne è uscito con la Repubblica, dopo avere partecipato alla Costituente, insieme a Leone, con cui attraversò mezzo secolo di storia italiana, condividendo non solo le stanze della Democrazia Cristina, in Piazza del Gesù ma anche numerose legislature sia alla Camera, da eletti, sia a Palazzo Madama, da senatori a vita. Il comunista Napolitano esordì dopo, nel 1953, da deputato.
In tre ne hanno viste e sentite di tutti i colori: dalla tinta unica al pentapartito. Il destino, pur crudele e beffardo, li ha tenuti lontani dall’armocromista. Avevano cose più serie per la testa: le crisi delle maggioranze. Un tempo, elevavano il livello del confronto, scuotevano i partiti e risvegliavano la base, anche minacciando la tenuta delle Istituzioni. Per decenni si è affermata l’idea che gli italiani cambiassero i governi con la frequenza della biancheria intima.
«Nessuno attribuisce un valore sconvolgente alle notizie sulle successioni dei governi. È quasi umoristico il ricordo di anni successivi al 1979, quando, lasciato Palazzo Chigi, continuavo a ricevere gli auguri di Natale da molte capitali estere con la qualifica di presidente del Consiglio. Le Cancellerie erano stanche di dover aggiornare la voce “indirizzi italiani”». Giulio Andreotti, nel 1991, risponde così a quanti rilevano criticamente la fragile brevità degli esecutivi.
Nel dicembre 1981, Alberto Spreafico analizza il via vai e pubblica i numeri delle stabilizzazioni: «De Gasperi è stato 8 volte presidente del Consiglio; Moro, Rumor e Andreotti 5; Fanfani 4; Colombo e Andreotti hanno partecipato a una trentina di governi. Tra il 1946 e il 1976, circa il 60% dei “ministeriali” sono stati confermati nel governo successivo; 150 persone hanno coperto, nello stesso periodo, i 2/3 dei 2021 posti di ministro e sottosegretario, mentre 28 oltre 1/5».
Al governo, la regola era la precarietà, nella accezione italiana. Non c’era tempo per disfare le valigie. Quando le segreterie o le correnti fischiavano la fine, si doveva liberare la scrivania, anche solo per pochi minuti. Sulla permanenza e la nuova convocazione non si poteva scommettere ma ci si pesava, soprattutto nei partiti, confrontandosi nei congressi, a suon di tessere. In Parlamento si arrivava firmando accordi e con le quaterne elettorali, non per grazia ricevuta.
Se a Palazzo Chigi c’erano le porte girevoli, in parlamento i seggi hanno la forma delle natiche delle famiglie inquiline di lungo corso. Qualche nome: Giuseppe D’Alema, 1963-1983, padre di Massimo, 1987-2013, con una parentesi a Bruxelles, 2004-2006; Antonino La Russa, 1972-1992, padre sia di Ignazio, eletto dal 1992, sia di Vincenzo 1979-1987 e 1994-1996, nonché nonno della moglie di Marco Osnato, eletto nel 2018; senza dimenticare Raffaele ed Enrico Costa, dal 1976 in poi.
«Le persone dei ministri e dei sottosegretari restano a lungo sulle scene. Si pensi che in America dopo quattro o al massimo otto anni vanno nell’oblio. Si badi, sulle grandi linee, specie di politica estera, la Repubblica Italiana è di esemplare continuità. Ad esempio, possiamo a testa alta affermare che non siamo secondi ad alcun altro Paese nella fedeltà atlantica e nella passione europeista». Di nuovo Andreotti, alla Farnesina, in cinque diversi governi, dal 1983 al 1989.
Emma Bonino, agli Esteri con Enrico Letta nel 2013; deputata nel 1976, dopo aver contribuito a salvare il divorzio dal referendum abrogativo, non era convinta che si potesse essere fedeli all’una e avere una passione per l’altra. Nel 1987 lo ripete, annunciando il sostegno al governo Fanfani: «Il fatto che i problemi della sicurezza e della difesa europea possano essere appaltati agli Stati Uniti è un elemento che influisce negativamente nel processo di unificazione europea».
Senza fronzoli: «Ancor più, a me pare pericolosa l’illusione che i singoli Stati possano garantire la propria pace e la propria sicurezza nell’affermazione del principio di sovranità nazionale». Cita Altiero Spinelli, «quando provocatoriamente affermava che è preferibile la servitù all’impero americano piuttosto che la grottesca pretesa della difesa nazionale. Per queste ragioni è auspicabile un processo di integrazione – europea – nel settore della sicurezza e della difesa».
Nel 1987, Eugenio Finardi, in Dolce Italia, canta “Soweto” e «i sedicenni iraniani mandati a ondate a morire contro i gas degli iracheni per un pazzo dittatore». Va oltre: «In America centrale non si capisce più niente: l’unica cosa reale è che muore un sacco di gente. Sabra e Chatila son due ferite sempre aperte: kalashnikov che urlano piombo per le strade deserte. Si vendono containers d’armi dai moli del Tamigi e di Livorno, poi scoppiano le bombe per le strade di Parigi».
La Bonino non ha peli sulla lingua: «La politica del Ministro degli Esteri, Andreotti, in tema mediorientale sta dando frutti catastrofici. Pretendere che le dittature possano avere un ruolo di stabilità nelle rispettive aree, solo perché capaci, come il Libano, di affermare l’ordine delle armi, è un errore, dei più gravi. Domandiamo che il nostro Governo si opponga alla entrata della Turchia nella Comunità, finché non saranno ristabilite, nel Paese, le libertà democratiche».
La Turchia ha bussato alla porta dell’Europa qualche giorno prima, il 14 aprile 1987, presentando la candidatura. Da allora, non ha ancora varcato completamente la soglia. Il 15 aprile 2021, Paolo Mieli, ospite di Corrado Formigli, a Piazzapulita, intervista Enrico Letta, segretario del partito democratico. Gli chiede cosa pensa di Erdogan, il Capo di Stato turco, il primo eletto direttamente dai turchi: i predecessori erano stati scelti dal parlamento, come accade in Italia.
L’antefatto: il 6 aprile 2021, Charles Michel – presidente del Consiglio Europeo – e Ursula von der Leyen – presidente della Commissione – incontrano, ad Ankara, Erdogan, per discutere delle relazioni UE-Turchia. Erdogan e Michel, seduti, lasciano la von der Leyen in piedi. Il punto di Michel, dopo la visita: «Resta nell’interesse strategico dell’UE avere un contesto stabile e sicuro nel Mediterraneo orientale e relazioni positive, reciprocamente vantaggiose, con la Turchia».
Il video, con i due in poltrona e lei più in là sul sofà, fa il giro del web. Monta la indignazione. Mario Draghi, primo ministro italiano, giovedì 8 aprile: «Con questi, chiamiamoli per quel che sono, dittatori, di cui si ha bisogno, uno deve essere franco nell’esprimere la propria diversità di vedute; deve essere anche pronto a cooperare per assicurare l’interesse del proprio paese. Bisogna trovare l’equilibrio giusto». È un dittatore che, purtroppo, potrebbe tornare utile.
Draghi non fa sconti. Enrico Letta, sì: «Tecnicamente non è un dittatore, perché ha un parlamento che l’ha eletto». In studio sorvolano. «Draghi ha forzato la mano – dentro la dialettica politica è possibile – rispetto alla situazione che c’è in Turchia; una situazione molto, molto pesante: oltre i limiti». I giornalisti non infieriscono: tacciono ma non apprezzano. Erdogan ha fatto arrestare migliaia di presunti dissidenti e destituito rettori, magistrati e vertici militari.
Letta è educato e istruito. Per dirla come Massimo Troisi, potrebbe essere il precisino della porta accanto che va a lezione di pianoforte, studia e si laurea con voti alti e lode; il vicino che, da ragazzi, si augura al peggior nemico; il bambino che i genitori degli altri guardano con ammirazione e un pizzico di invidia. Lo stesso che, al primo scivolone, si becca una montagna di critiche da chi ne sa meno di lui e non vede l’ora di togliersi qualche sassolino dalla scarpa.
Dall’intervento alla Camera della Bonino nel 1987, alle dichiarazioni di Enrico Letta nel 2021, cambia poco o niente. La Turchia è un interlocutore necessario, di cui si farebbe volentieri a meno, se solo si potesse; e non per un pregiudizio ma per la sorte che da quelle parti riservano a chi storce il naso, protesta o sollecita pubblicamente una riflessione critica ai governanti. Letta si rivela andreottiano, più di Andreotti. Però, non ne ha la stoffa e fa fatica a parlare.
Nel Partito ha preso il posto liberato da Nicola Zingaretti, segretario dimissionario e presidente della regione Lazio, oltre che fratello minore dell’attore Luca. È cresciuto in Europa, a pane e politica. Il 12 marzo 2021, prima di sciogliere la riserva sull’incarico, è stato al Ghetto di Roma e ha ricordato le parole di Liliana Segre, deportata ad Auschwitz nel 1944: «Non siate indifferenti». Da presidente del consiglio ha imparato a diffidare di chi gli dice “stai sereno”.
Se Letta prova a strisciar via, come il capitone a Capodanno, la Bonino alza lo sguardo e tira di fioretto: «Solo oggi – aprile 1987 – cominciano a venire alla luce gli sporchi interessi connessi al traffico di armi e di droga che, da anni, fanno da supporto alla presunta apertura italiana al mondo arabo. A fronte di ciò, l’Italia ha proseguito nel suo rapporto cordiale di inimicizia con lo Stato di Israele». La stoccata è per Andreotti: non vuole che frequenti i palestinesi.
Ritiene che, in quell’area, Israele sia «l’unico paese di democrazia politica»; e che «solo dall’affermazione della democrazia è possibile costruire la pace». L’OLP non le piace: «Pretendere che la pace possa essere concordata con chi si propone programmaticamente di realizzare la liberazione del proprio popolo attraverso l’eliminazione di un altro popolo, rappresenta uno dei più gravi errori della nostra politica estera». Nel conflitto israeliano palestinese sta con Israele.
Non erano in molti a pensarla così. Il gruppo che guardava con simpatia ai palestinesi era folto. Includeva quasi tutti, tranne radicali, repubblicani, liberali, socialdemocratici ed estrema destra; nonostante le scortesie, dagli esiti drammatici, delle frange più facinorose dei movimenti che si proponevano la liberazione della Palestina. Sulla vendita delle armi, invece, i partiti non dissentivano, tutt’altro, anche se c’era chi mugugnava quando l’acquirente non gli piaceva.
Le pozzanghere hanno la capacità di rovinare la giornata, anche dei pedoni che le evitano. Colpa della distrazione degli automobilisti e delle strade dissestate. In periferia e nei cortili, sono il passatempo dei lanciatori di sassi; in televisione, di Peppa Pig. Gli schizzi di fango non risparmiano nessuno, dal marciapiede allo schermo. Sporcano. Talvolta, tirar via le macchie non è facile. Quelle che arrivano alla coscienza sono indelebili. Quindi, meglio starne alla larga.
Il 3 agosto 1989, alle 18:15, squilla il telefono di Lamberto Dini, direttore generale della Banca d’Italia. La chiamata arriva dalla Federal Reserve Bank di New York. La Banca Nazionale del Lavoro è nei guai. I responsabili della sede di Atlanta, americani, l’hanno fatta grossa. Dini cade dal pero. La BNL è del Ministero del Tesoro. Oltreoceano sospettano che abbia finanziato l’Iraq, in guerra con l’Iran dal 1980. Alle 22:30 del giorno dopo, i federali entrano nella filiale.
Alla stessa ora, Dini è con i vertici della banca: Nerio Nesi e Giacomo Pedde, presidente e direttore generale. Alle 11:15 ha avvisato il governatore di Bankitalia, Carlo Azeglio Ciampi; alle 13:15, il Ministro del Tesoro, Guido Carli. Il governo in carica è il sesto e penultimo di Giulio Andreotti. In Iraq c’è Saddam Hussein: un buono per gli USA. Gli italiani gli hanno venduto una flottiglia navale. Lui ha versato la metà del prezzo prima della consegna, fatalmente saltata.
Alla Farnesina, Gianni De Michelis, dopo la perquisizione di Atlanta, sceglie un profilo basso e il silenzio. Il 4 novembre 1993, in commissione parlamentare, Andreotti riferisce che «un’accentuazione dell’aspetto politico e diplomatico della questione avrebbe messo in ombra il carattere criminale dei comportamenti attuati dai singoli e conferito una fisionomia generale al caso, che invece era bene si fermasse alla BNL». Il disastro è loro; lo Stato italiano non ne sa niente.
Il fondale limpido conforta, al pari del cielo terso. Entrambi celebrano la purezza, il candore, l’ingenuità. Non nascondono brutte sorprese. Pescare nel torbido è sconsigliato: non si sa cosa viene fuori e quanto possa essere pericoloso. Quando va bene, ci si ritrova con uno scarpone impigliato nell’amo. Non è prudente fare luce sul poco chiaro o inseguire fantasmi. Espone all’ineluttabile lasciare intendere di volere rivelare un segreto o annunciare di avere risolto enigmi.
Alle 00:50 del 13 dicembre 1995, sotto una pioggia battente, un’ambulanza varca il cancello dell’ospedale Umberto I di Nocera Inferiore. Proviene dall’autostrada Salerno - Caserta. È intervenuta tra la barriera di Mercato San Severino e il casello di Castel San Giorgio, in direzione nord all’uscita della galleria. Sulla barella giace la salma del capitano di corvetta Natale De Grazia. Al pronto soccorso, il medico di guardia constata il decesso per arresto cardiocircolatorio.
L’ufficiale era partito da Reggio Calabria, alle 18:50. Avrebbe dovuto raggiungere La Spezia. Con lui, su una Fiat Tipo, altri due investigatori: il carabiniere Rosario Francaviglia, alla guida; il maresciallo Nicolò Moschitta, seduto dietro. Il viaggio si interrompe sulla corsia d’emergenza, insieme alle indagini su un traffico internazionale di rifiuti. Il pool, con a capo il sostituto Francesco Neri, della Procura circondariale di Reggio Calabria, si dissolve di lì a poco.
De Grazia era interessato ai piani di carico di 180 navi che, salpate da La Spezia, Marina di Massa e Livorno, trasportavano sostanze radioattive. Convinto che alcune fossero finite in fondo al mare, voleva dimostrarlo. La sua auto “tornò sola”, come la barca della canzone. In commissione parlamentare non si stupirono quando il magistrato dichiarò che, dopo la tragedia di Nocera Inferiore, «i documenti andarono distrutti, per l’allagamento della capitaneria di Massa Carrara».
Nell’aprile del 1994, i bagnanti di Positano, alla vista di un container spiaggiato, emerso dalla Marco Polo e con tracce di radioattività, si guardarono l’un l’altro, restando di stucco, come i nani in giardino. Alcuni, senza sapere né leggere né scrivere, sostennero che l’affondamento della motonave, l’anno prima nel Canale di Sicilia, era riconducibile ad un’attività dissuasiva, dei sovranisti europei, volta a scongiurare gli sbarchi dei clandestini in costiera amalfitana.
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